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COME LE BANCHE FOTTONO LA GDF. MARCO SABA ...
di Nicoletta Forcheri -
FONTE
Il nuovo comandante generale della Guardia di Finanza, Nino Di Paolo, in un’intervista a ”Il Sole 24 Ore” sostiene che il segreto bancario non ha più senso [1]. Dal nostro pulpito del Centro Studi Monetari abbiamo contribuito a svelare i meccanismi dell’appropriazione indebita della rendita monetaria, pubblicando almeno 10 libri in 5 anni che trattano del tema [2].
Partiamo dalla contabilità truccata delle banche ordinarie, che rappresenta il principale meccanismo di evasione messo in atto dagli istituti bancari. Quando una banca presta o anticipa dei soldi creandoli dal nulla con false scritture contabili, si sta appropriando del vostro potere d’acquisto e diminuisce il valore dei soldi posseduti dal resto della comunità. Quando la banca anticipa 100.000 euro, mette al passivo questa somma nominale. Quando il cliente restituisce la somma, o a rate o in una unica soluzione comprensiva degli interessi, la banca dichiara solo gli interessi come utile, facendo sparire contabilmente il capitale. Cioè, i primi 100.000 euro che riceve come riflusso bancario, li annulla con i 100.000 euro precedentemente messi al passivo. Usiamo l’analogia del CASINO’ per spiegare questa assurdità. Immaginate il proprietario di un casinò che produce delle fiches e le mette – come valore nominale – nel passivo. Invece di metterne al passivo solo il costo di produzione. Quando il casinò vince, questo proprietario disonesto compensa il valore incassato con quello indicato nel passivo, cosicché farà risultare all’attivo solo la differenza rispetto al valore nominale delle fiches. Andrebbe subito in galera per aver fatto sparire l’imponibile.
Le banche fanno esattamente la stessa cosa. La produzione contabile di 100.000 euro costa alla banca solo una frazione dei suoi costi di esercizio (stipendi, bollette della luce, telefono, affitto della filiale, etc.). Ma la banca furbescamente non mette solo quest costi nel passivo, ma anche la somma creata dal nulla AL VALORE NOMINALE. Invece di mettere all’attivo la differenza tra i costi di produzione ed il valore nominale, come fanno i casinò con le fiches [3].
La banca in questo modo fa sparire il capitale che rientra col riflusso, mettendo in atto una colossale evasione fiscale a danno dello stato e della cittadinanza che, a causa del minor introito fiscale, deve pagare le tasse evase dalle banche. Si tratta di svariate centinaia di miliardi di euro ogni anno, salassati alla comunità.
Recentemente è stata presentata una denuncia illuminante alla Procura della Repubblica di Roma [4]: speriamo che non venga archiviata dai procuratori coi soliti trucchetti della rubricazione “ad hoc”… Mettendo al passivo il capitale creato dal nulla, le banche evadono sistematicamente le tasse su quanto poi prestano, o spendono, aggiungendo al danno il furto degli interessi, l’usura.
E’ ora che anche la Guardia di Finanza apra gli occhi, che cominci a leggere qualche libro e che qualcuno al suo interno la smetta di dire – rigorosamente e solo verbalmente – che su “certi” enti e “certe” entità non devono essere fatti accertamenti…
O vediamo se col nuovo comandante cambia qualcosa, prima che gli eserciti europei dei disoccupati affamati non facciano a modo loro.
Note:
1] RICICLAGGIO: COMANDANTE GDF, SEGRETO BANCARIO NON HA PIU’ SENSO – ASCA, 24 giugno 2010 http://leconomistamascherato.blogspot.com/2010/06/riciclaggio-comandante-gdf-segreto.html
2] L’ultimo, MONETA NOSTRA, è liberamente scaricabile da Internet: http://studimonetari.org/monetanostra.pdf
3] La “doppia” contabilizzazione delle Fiches nei Casinò – di Giancarlo Colussi, 27 aprile 2009 http://leconomistamascherato.blogspot.com/2009/04/la-doppia-contabilizzazione-delle.html
4] Denuncia penale presentata contro BCE ed altri 21 giugno 2010 http://leconomistamascherato.blogspot.com/2010/06/denuncia-presentata-contro-bce-ed-altri.html
«LA LEZIONE DEL (MANCATO) RIMBORSO DEI BOND ARGENTINI» ...
di Beppe Scienza
Per i titoli dell’Argentina siamo all’ultimo atto. Scade il prossimo 22 giugno la nuova Offerta pubblica di scambio (Ops) del governo di Buenos Aires, rivolta a chi ha ancora obbligazioni emesse prima del 2002. Ma il punto non è la convenienza ad accettarla. La vicenda è interessante per vari motivi. In particolare perché aiuta a capire quanto poco l’Italia sia un paese normale; e quanto spesso in Italia i tiri mancini arrivino da chi dovrebbe stare dalla propria parte.
La storia inizia con la diffusione dei titoli di stato argentini dagli anni ’90 fino al patatrac del dicembre 2001, quando l’Argentina smette di pagare interessi e rimborsi. È il cosiddetto default, che si abbatté su circa 450 mila risparmiatori italiani, vittime in parte della ricerca spensierata di rendimenti persino del 10%, in parte dei consigli avventati di molte banche.
Passa circa un anno e le banche italiane s’inventano la Task Force Argentina (Tfa), un’iniziativa con l’unico vero fine di tenere buoni i risparmiatori che rumoreggiavano e distoglierli da cause contro di esse. Gli mettono a capo un certo Nicola Stock e la stampa economica, anziché smascherare la manovra, gli dà credito e lo intervista in continuazione (ora un po’ meno) come se l’attività della Tfa potesse avere una qualche utilità per i risparmiatori coinvolti.
Arriva poi il dicembre 2004 e l’Argentina propone un compromesso. Quanto offre è stimabile prudenzialmente fra il 35 e 40 per cento del valore delle obbligazioni fallite, che è comunque meglio di niente.
Pronta la Tfa dichiara l’offerta “assolutamente inaccettabile” (3-1-2005). Scrive a caratteri cubitali e tutto maiuscolo “NON ACCETTARE L’OFFERTA” (Avviso ai bondholders del 14-1-2005). Addirittura si inventa una risibile minaccia di pignoramenti, sequestri ecc. per gli interessi corrisposti dai nuovi titoli (Nota del 14-1-2005). E tutto ciò con l’avallo delle banche italiane (Comunicato Abi del 19-1-2005). In compenso promette mare e monti, cioè di ottenere il rimborso integrale e anche tutti gli interessi arretrati.
Ma in fondo cosa c’è d’aspettarsi da un’iniziativa finanziata dalle banche italiane? La cosa indecente è che quasi tutte le associazioni di consumatori (Adiconsum, Codacons, Federconsumatori, Unione Nazionale Consumatori ecc.) e la ditta Altroconsumo si appiattiscono sulla posizione della Tfa e perorano la causa del rifiuto. Le inducono a tale scelta sciagurata le troppe connivenze con il sistema bancario italiano, a dispetto delle incendiarie dichiarazioni di facciata, la loro incompetenza in materia e la volontà di imbastire una lotta politica… coi soldi dei risparmiatori. Siamo cioè al livello del proverbiale: “Armiamoci e partite!”.
I pochissimi che in Italia scrissero chiaro e tondo che conveniva accettare, fra cui il sottoscritto, furono oggetto di insulti e pubblico dileggio, in particolare sulle pubblicazioni della società editoriale Altroconsumo. Ovviamente accettarono in massa gli investitori istituzionali e si guardarono bene dal consigliare il rifiuto le associazioni di consumatori svizzere, austriache e tedesche (Stiftung Warentest), che sono di tutt’altra pasta.
Caso unico nel mondo, circa la metà dei 450 mila risparmiatori rimase col cerino acceso in mano. Si trovarono sul groppone titoli totalmente infruttiferi e, avendo bisogno di soldi, li hanno dovuti vendere a prezzi stracciati. Nel frattempo la Tfa ne ha inventate di tutti i colori, come un insulso ricorso a un organo internazionale (Icsid), ovviamente senza cavare un ragno dal buco.
Chi aderì all’offerta si ritrova ora tutto sommato con 55 euro ogni cento iniziali. Chi invece accetta la nuova Ops, recupererà circa 47 euro, e sa a chi dire grazie per quanto ci rimette.
Si potrebbe poi aprire un capitolo su quegli avvocati che hanno incassato parcelle, intentando cause perse per chiedere impossibili pignoramenti dei consolati e dell’ambasciata argentini.
Un altro capitolo sui politici. Abbiamo Giorgio Benvenuto, che si fece bello andando inutilmente in Argentina nel 2005; l’allora ministro dell’economia Domenico Siniscalco che vantava (13-1-2005) “l’azione ferma del governo nelle varie sedi internazionali”, di cui però non s’è visto nessun risultato; l’attuale sottosegretario all’Economia Luigi Casero che attribuisce a merito dell’esecutivo la struttura dell’attuale ops, che semplicemente ricalca quella del 2005, ecc.
Ma gli italiani hanno già poca stima della classe politica. Particolarmente biasimevoli sono piuttosto le associazioni di consumatori, soprattutto perché recidive. Qualcuna ne sta fuori, come l’Adusbef, ma la maggior parte dà il suo imprimatur all’altra squalificata iniziativa delle banche italiane, ovvero PattiChiari. Su cui ci sarebbe molto da dire, ma forse basta ricordare che consigliava i titoli Lehman Brothers ancora il 15-9-2008, cioè addirittura a fallimento già conclamato.
L'ASSILLO DELLA MONETA ...
di Francesco De Robertis
La moneta è da sempre oggetto di discussione ed argomento molto sentito che fa subito presa. E’ ormai ovvio che nell’immaginario collettivo, il suo possesso si identifica con la ricchezza, una delle principali aspirazioni consce od inconsce dell’essere umano, spingendo l’ingegno a formulare sempre nuove soluzioni per accaparrarsene sempre di più.
Di origine antica, la moneta da sempre svolge funzioni di mezzo di pagamento, unità di conto e riserva di valore; pertanto facilita gli scambi eliminandone gli inconvenienti ma non il senso (come nel baratto), viene utilizzata per quantificare il valore dei beni e serve da accumulatore di riserva.Da molti viene vista in negativo, demonizzata e deprecata ma rimane uno strumento essenziale della nostra vita, senza della quale ci troveremmo in serie difficoltà.
La civiltà consumistica è molto legata e sensibile a tutto ciò che è inerente le moneta, mentre man mano che si adotta uno stile di vita decrescente essa diventa sempre meno importante e relativa anche se utilizzata comunemente ed indispensabilmente.
L’assillo della moneta, colpisce sempre più famiglie: ormai nella vita cittadina niente si può fare senza denaro, al contrario di quello che avveniva in passato, quanto una parte della popolazione viveva ai margini dell’economia monetaria, pertanto siamo divenuti pressoché dipendenti del sistema ed incapaci di provvedere autonomamente ai nostri bisogni primari.
Lo spettro della povertà - intesa come mancanza di moneta - viene sbandierato ogni qual volta può ritenersi utile e frequentemente, è l’argomento cardine delle affermazioni pro-crescita economica o di critica alla decrescita. Poi vi è chi disquisisce improbabili teorie su complotti sovranazionali che mirano a impadronirsi del mezzo monetario espropriando i cittadini, utilizzando tecniche da leggende metropolitane, ma a quanto pare tali teorie servono solo a chi le utilizza a fini di lucro per pubblicare libri e partecipare a convegni e spettacoli sfruttando la sensibilità al tema di molti.
Tralasciando la storia, la moneta oggi, viene emessa dalla Banca Centrale Europea che, sulla base di taluni indicatori, cerca di mantenere la quantità di moneta pari a quelle necessaria per gli scambi di beni e servizi con l’obiettivo vincolante e dichiarato di mantenere stabili i prezzi. Le politiche monetarie sono state affidate alla BCE nell’ambito della UE, in quanto gli stati membri hanno ceduto il potere di emissione monetaria ad un organo indipendente ed autonomo svincolato dai governi.
Lo svincolo dal potere politico delle politiche monetarie e la moneta unica in ambito europeo, ha portato una stabilità monetaria inesistente ai tempi della Lira e ciò (a parte quanto è successo nel periodo di transizione) è un elemento positivo per la maggior parte dei cittadini, che possono risparmiare senza veder decimati i propri guadagni e che non perdono potere di acquisto repentinamente.
Fino a quando la moneta però è ancorata all’economia reale il sistema funziona, se invece - come è recentemente accaduto della crisi finanziaria dei sub-prime - approfittando della mancanza di regole vengono utilizzati nuovi strumenti per esasperare la speculazione, il sistema si pone in una situazione di forte rischio.
Il nostro sistema bancario (quello italiano) nasce per una funzione sociale, una delle banche più antiche, il Monte dei Paschi di Siena nacque basando il suo credito sui prodotti della natura e la sua attività era di ausilio e supporto per la pastorizia e l’agricoltura; lo scopo della banca, quella utile ed apprezzabile, non è creare soldi ma favorire l’incontro tra chi ha risparmi e chi ha necessità di ottenere un finanziamento per la propria attività. Trattasi di un servizio che va logicamente remunerato sotto forma di interesse o sotto forma compenso (come nel caso della Jak Bank, la prima banca senza interesse), ma nel corso del tempo, la funzione utile delle banche è stata via via prevaricata da forti speculazioni e la moneta è divenuta anche strumento per opprimere persone ed interi popoli. Se è vero che l’alta finanza speculativa è inutile ma soprattutto dannosa alla civiltà ed allo sviluppo umano, favorire adeguatamente l’accesso al credito anche alle sole idee attraverso vari strumenti come i prestiti d’onore, il micro-credito o formule similari basati su progetti concreti, è la strada da percorrere se vogliamo ritornare alle origini dell’utilità della funzione bancaria ad allo sviluppo di una nuovo rinascimento economico.
Il sistema bancario è riconosciuto quale sistema centrale e cruciale per un corretto funzionamento dell’economia, pertanto è giustamente sottoposto a vincoli e garanzie nei confronti dei cittadini-risparmiatori (anche se volte eluse o raggirate), ma nel contempo, non garantisce correttamente l’accesso al credito agli imprenditori che non hanno mezzi sufficienti, e tende a favorire i grossi poteri e le grosse realtà giudicate più solvibili e meritevoli creando una sorta di circolo vizioso che alla lunga porta danni al sistema.
Più che accanirci contro la moneta in se, quindi, si possono imparare a conoscere ed evitare strumenti subdoli e pericolosi quali il credito al consumo; buona parte del consumo del futile viene alimentato con tale strumento che deve essere opportunamente sfavorito e scoraggiato.
In Italia, fortunatamente o consapevolmente, in controtendenza, si sta accusando una forte flessione del credito al consumo e delle carte di credito, e non possiamo che esserne fieri, noi tra l’altro siamo sempre stati un popolo di risparmiatori e le forzature dell’indebitamento cominciano a stancarci. Ma nonostante tutto, i livelli di indebitamento delle famiglie italiane (considerando anche i mutui) sono purtroppo tutt’ora elevati (anche se meno rispetto il resto del mondo), si rende necessario quindi cogliere l’occasione per sradicare la cultura del debito dell’acquisto a rate e ri-sostituirla con la cultura del risparmio, acquistando un bene solo quando serve e non a “tasso 0”.
In più, per le stesse motivazioni che ci spingono ad acquistare locale potremmo indirizzarci ad un risparmio consapevole, quale quello di favorire le piccole banche locali alle grandi speculatrici o a rivolgerci a banche che si facciano carico di scegliere e selezionare eticamente le proprie attività (vedasi il grande e positivo esempio di Banca Etica ed Eticredito che di recente hanno rifiutato di fornire assistenza per lo scudo fiscale e che sono impegnate anche in campagne a favore dell’ambiente). Cosi facendo, come per la spesa di tutti i giorni, possiamo spingere attraverso un comportamento comune, il sistema verso obiettivi di equità e di giustizia sociale.
In sostanza vivere in sobrietà non è vivere senza moneta, ma diventarne sempre meno dipendenti in qualsiasi forma essa si presenti, evitando di mercificare ogni interazione sociale e di misurarla col metro di valore monetario, ma favorendo rapporti incondizionati in convivialità e nel reciproco scambio “senza interesse”.
CUOI E BUOI DEI
PAESE TUOI ...
scritto da Eugenio Benetazzo - EugenioBenetazzo.com
Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar. Chi non l'ha sentita
canticchiare almeno una volta nel corso della sua vita, un
motivetto canoro ormai di vecchia data che ricorda un'epoca
ormai passata in cui chi era giovane sognava di andaresene
via dall'Italia per trovare un posto di lavoro. Forse l'anno
venturo qualche rapper italiano (confido in Fabbi Fibra)
proporrà un rifacimento musicale all'industria discografica
per lo scenario italiano, magari qualcosa del tipo "Mamma
mia dammi 1000 euro che all'estero me ne voglio andar".
L'Italia è stata assogettata al dictat delle privatizzazioni
e della concorrenza sleale: si è fatto l'impossibile per
distruggere quello che è stato costruito dal dopoguerra ad
oggi, soprattutto il cosidetto vantaggio competitivo
italiano non esiste più. Interi distretti industriali messi
in ginocchio e decimati per aver abbracciato il pensiero
globalizzante.
Mi fanno ridere queste farse politiche (rosse, nere, azzurre
e verdi) che ora lanciano moniti sui livelli occupazionali
in Italia, mi sembra di vedere una banda di piromani che
grida "al fuoco, al fuoco". Nessuno di loro è più
attendibile o credibile, spero che presto uno tsunami
elettorale li spazzi via nel dimenticatoio per sempre,
assieme a tutte le loro beghe di partito e le deliranti
notizie di gossip. Ho intervistato in questi giorni alcuni
imprenditori dei distretti conciari italiani, Arzignano
(Vicenza) e Santa Croce sull'Arno (Pisa): ormai non hanno
più lacrime per piangere. Migliaia di imprese non esistono
più, cancellate anagraficamente come i database colpiti da
un virus informatico.
Siamo forse l'unico paese al mondo che non si difende, che
consente l'ingresso indiscriminato tanto di lavoratori
quanto di merci (alimentari e non) che compromettono sia i
postii di lavoro italiani e sia i prodotti tipici italiani.
Chi si approvigionava del prodotto finito italiano adesso si
rivolge altrove per prodotti meno costosi realizzati in
Oriente, con inquietanti interrogativi sullo sfruttamento
degli allevamenti intensivi e sull'inquinamento ambientale.
A questo bisogna inoltre aggiungere tutti gli imprenditori
conciari che continuano a fare "resistenza" confidando nella
vocina interiore che suggerisce loro di resistere perchè la
cosidetta "crisi" presto finirà. Per resistere sono disposti
a iniettare a fondo perduto denari e risparmi che avevano
accantonato negli anni prima ritenendo che in un prossimo
futuro lo scenario migliorerà. Certo che muterà, ma in
peggio. Purtroppo anche loro finiranno male nonostante le
loro buone intenzioni.
In Italia si è verificato proprio questo: fino a quando la
torta era grande, c'era spazio e successo per tutti, mentre
ora che siamo passati da un mercato concorrenziale ad uno
competitivo, si è vista la differenza tra chi sa fare
impresa e chi è imprenditore improvvisato. Ormai le cronache
imprenditoriali si sprecano: anche il distretto della concia
verrà sacrificato e centinaia di migliaia di posti (tra
diretto ed indotto) saranno polverizzati. Purtroppo non si
recupereranno mai più. A questo punto vorrei sapere come si
dovranno riciclare o reinserire le persone che si troveranno
senza occupazione. Alcuni giorni fa rincasando in treno,
ascoltavo di nascosto le conversazioni di un gruppo di
studenti universitari di Milano, che idealizzavano sul loro
radioso futuro (secondo le loro aspettative) e sulla loro
futura professione (e remunerazione). Poveri illusi. MI
sembrava di ascoltare le esternazioni ed i sogni plagiati
dei partecipanti di "Amici" condotto da Maria De Filippi.
Inutile arrabbiarsi con queste generazioni di ragazzi, poco
più che ventenni. La colpa non è loro, ma eventualmente dei
loro stessi genitori, che hanno appoggiato ed osannato tanto
a destra quanto a sinistra falsi profeti (da Prodi a
Berlusconi), i quali hanno svenduto il futuro di questo
paese e compromesso il benessere delle future generazioni
BANCHE ARMATE
2009 ...
Luca Kocci – tratto da “La Voce delle Voci”, n.6 giugno
2009 -
www.lavocedellevoci.it
Triplicati
per le banche italiane i compensi di intermediazione sulla
vendita di armi all’estero. Abbiamo letto in esclusiva la
relazione. Ed ecco i dati
Banca nazionale del Lavoro, Intesa-San Paolo e Unicredit:
sono le principali banche italiane coinvolte nel commercio
di armi. Nulla di illegale - intervengono in operazioni
regolarmente autorizzate - ma si tratta evidentemente di
attività da non pubblicizzare troppo, tanto che sono stati
gli stessi istituti di credito a chiedere al governo di non
rendere pubblica la Relazione del ministero dell'Economia e
delle Finanze su esportazione, importazione e transito dei
materiali di armamento, che invece la Voce ha potuto
leggere. E le "banche armate", sulla scia del grande aumento
dell'export di armi made in Italy e sfruttando l'onda lunga
dell'aumento delle spese militari sostenuto dal governo di
centro-sinistra di Prodi (+ 22%, in due anni), hanno fatto
grandi affari, triplicando i «compensi di intermediazione»
che hanno incassato dai fabbricanti di armi.
Nel corso del 2008, infatti, sono state autorizzate 1.612
«transazioni bancarie» per conto delle aziende armiere, per
un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007
erano state la metà, 882, per 1.329 milioni). A questi vanno
poi aggiunti 1.266 milioni per «programmi intergovernativi»
di riarmo (cioè i grandi sistemi d'arma costruiti in
collaborazione con altri Paesi, come ad esempio il
cacciabombardiere Joint Strike Fighter - Jsf - per cui
l'Italia spenderà almeno 14 miliardi nei prossimi 15 anni),
quasi il doppio del 2007, quando la cifra si era fermata a
738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500
milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto
compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al
valore e al tipo di commessa.
La regina delle "banche armate" è la Banca Nazionale del
Lavoro (del gruppo francese Bnp Paribas) con 1.461 milioni
di euro. Al secondo posto si piazza Intesa-San Paolo di
Corrado Passera, già braccio destro di Carlo De Benedetti ed
ex amministratore delegato di Poste Italiane, con 851
milioni (a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni
della Cassa di Risparmio di La Spezia , parte del gruppo),
per lo più relativi a «programmi intergovernativi»: il
cacciabombardiere Eurofighter, le navi da guerra Fremm e
Orizzonte, gli elicotteri da combattimento Nh90 e diversi
sistemi missilistici. Eppure due anni fa il gruppo aveva
dichiarato che, proprio per «dare una risposta significativa
a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori
dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze
etiche», cioè la campagna di pressione alle banche armate,
avrebbe sospeso «la partecipazione a operazioni finanziarie
che riguardano il commercio e la produzione di armi e di
sistemi d'arma pur consentite dalla legge».
«Si tratta di transazioni relative a operazioni sottoscritte
e avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di
comportamento e che dureranno ancora a lungo», è la
spiegazione che fornisce Valter Serrentino, responsabile
dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San
Paolo. Anche Unicredit negli anni passati aveva
ripetutamente annunciato di voler rinunciare ad appoggiare
le industrie armiere, eppure nel 2008 è stata la terza
"banca armata" italiana, con 606 milioni di euro. Nessuna
dichiarazione di disimpegno invece da parte della Banca
Antonveneta, che lo scorso anno ha movimentato 217 milioni.
Mentre piuttosto ambigua è la situazione del Banco di
Brescia: nel 2008 ha gestito per conto delle industrie
armiere 208 milioni di euro benché il gruppo di cui fa parte
dal 1 aprile 2007, Ubi (Unione Banche Italiane), nel suo
codice di comportamento abbia stabilito che «ogni banca del
gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi
all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi
non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato» e che
«siano direttamente o indirettamente coinvolti nella
produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di
massa e di altri armamenti quali bombe, mine, razzi, missili
e siluri».
«La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio
internazionale - spiega Damiano Carrara, responsabile
Corporate Social Responsibility di Ubi - ma le disciplina
prevedendo che il cliente della banca», cioè l'industria
armiera, non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue
o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». Ma i
dubbi restano. «Da quando, lo scorso anno, è sparito dalla
Relazione il lungo e dettagliato elenco delle singole
operazioni effettuate dagli istituti di credito - spiega
Giorgio Beretta, analista della Rete italiano Dísarmo - è
impossibile giudicare l'operato delle singole banche. Senza
quell'elenco, infatti, i loro codici di comportamento non
sono comprovati dal riscontro ufficiale che solo la
Relazione del governo può fornire».
BANCHE: SONO
DAVVERO IN DIFFICOLTÀ O CI STANNO FREGANDO? ... DI NICHOLAS VON HOFFMAN - The Nation
Nonostante tutto il supporto che è stato dato loro, le
istituzioni finanziarie non stanno ancora facendo molto con
quei soldi.
Dopo tutto il denaro e gli altri aiuti che sono stati dati
alle banche o rubati ai privati, le banche non stanno ancora
concedendo abbastanza prestiti per fare la differenza, in
questa economia disastrata.
Il Wall Stree Journal riporta che le maggiori istituzioni
finanziarie “hanno dato vita o comunque rifinanziato un
totale di 226.3 miliardi di dollari di prestiti in ottobre.
Nel mese di febbraio quella cifra era caduta a 174.2
miliardi di dollari”. Le sole tre strutture che hanno
concesso un numero maggiore di “prestiti in febbraio
rispetto a ottobre sono state la BB&T Corp., una banca
regionale con sede a Winston-Salem, nella Carolina del Nord;
il gigante di Wall Street Morgan Stanley e la State Street
Corp., una società di Boston che fornisce i suoi servizi
finanziari principalmente alle istituzioni e a soggetti
abbienti”.
Verrebbe da pensare che, visto che le banche possono
prendere denaro a prestito dal governo ad un tasso
d’interesse vicino allo zero per cento e lo concedono in
prestito ad un tasso che va dal 4 a 5, dovrebbero aprire la
porta e buttare moneta nelle braccia di un passante
qualunque che abbia un’aria vagamente solvibile, ma non lo
fanno.
Le banche sostengono che il loro problema è la morte della
richiesta di prestiti. Gli acquirenti di prima casa, con
l’enorme regalo di liquidità fatto loro dal governo, forse
potrebbero avere delle ragioni per comprare. E i proprietari
di casa finanziariamente stabili stanno ottenendo nuovi
finanziamenti a tassi più bassi. Ma nello sforzo di portare
l’economia a girare di nuovo questo non conta molto.
Poche altre cose possono far scattare la molla. Molti
consumatori hanno contratto così tanti debiti che l’idea è
impensabile. Altri non capiscono come potrebbero investire i
loro soldi con profitto. Forse comprando nuove cose
tecnologiche quando quelle che hai sono ancora inutilizzate?
Investire in titoli industriali non è una cattiva idea – a
meno che la società che emette questi titoli improvvisamente
non sospenda i pagamenti e scivoli nella bancarotta.
Per molte persone è giunta l’ora di trovare un riparo. Se
vanno al centro commerciale, è solo per guardare le vetrine.
Quindi le banche potrebbero avere una ragione.
D’altro canto, le banche potrebbero essere riluttanti al
prestito perché più mutui concedono, più capitale devono
mettere a sostegno dei mutui stessi nel caso in cui vadano
male. Il timore o l’avidità potrebbero portarle ad
accumulare i soldi invece che a concederli in prestito.
Un’altra possibilità è che le banche possano aver trovato
nuove vie per rubare denaro, attività più redditizia del
prestito. Il comportamento delle banche è stato così
ingannevole, falso, così disonesto e disdicevole che nessun
comportamento può essere classificato come intelligente. Non
ci si può fidare dei bastardi.
Più di recente, alcune banche hanno migliorato la loro
reputazione annunciando profitti quadrimestrali raggiunti
non attraverso progetti di business ma con una magica
attività di accounting. Esse sono state premiate per questa
scorrettezza vedendo i loro stock buttati giù dagli
investitori.
Adesso tocca a Neil Barofsky, ispettore generale per il
Troubled Asset Relief Program (TARP) *. Egli ha fatto notare
che il modo in cui questo programma è condotto dal Ministero
del Tesoro lo rende vulnerabile a enormi fregature, e se un
imbroglio ci deve essere, potete scommetterci che le banche
ci entreranno dentro.
Niente di questo promette bene per quell’aumento dei
prestiti che dicono ci serve per fare in modo che la gente e
gli affari inizino a fare acquisti di nuovo. Un economista
conservatore di Harvard, Gregory Mankiw, che era solito
consigliare il presidente Gorge W. Bush, sta giocherellando
con l’idea dei tassi d’interesse negativi. In quel regime,
se chiedi a prestito 100$ devi renderne solo 97$. Coloro i
quali si trovano a dover chiedere a prestito farebbero la
fila per un affare del genere – chi i prestiti li concede un
po’ meno. Se chi concede si trova a perdere il 3 per cento
su ogni prestito, questo concedente deve essere il governo.
Provate a vendere questa teoria a un pubblico che si sta
facendo ogni giorno più arrabbiato con i piani di
assistenza, i sostegni alle banche, gli aiuti del TARP, gli
incentivi economici e altri regali fatti agli imprenditori,
principali responsabili per il mare di disperazione in cui
noi oggi ci troviamo.
Se la politica del tasso d’interesse negativo manca di
sicurezza, Mankiw ha un modo per aggirare il problema. “Se
tutto questo appare bizzarro, c’è un modo più prosaico di
ottenere un tasso d’interesse negativo: attraverso l’inflazione…se
i tassi d’interesse nominali rimanessero a zero, il tasso
reale – ovvero il tasso d’interesse misurato in potere
d’acquisto- potrebbe diventare negativo. Se la gente
riponesse fiducia nel fatto che può ripagare il proprio
mutuo a tasso zero in dollari svalutati, essi troverebbero
incentivi significativi per prendere soldi a prestito e
spendere”.
Lo Zimbabwe ha seguito la strada dell’inflazione, e potete
vedere cos’è successo: al 231 milioni per cento, lo Zimbabwe
ha il tasso d’inflazione più alto al mondo. I prezzi alle
stelle hanno reso le necessità di base fuori dalla portata
di milioni di persone. E ora le persone sono costrette a
mangiare la polvere e a staccare la corteccia dagli alberi.
* Il TARP è un programma adottato dal governo degli Stati
Uniti che prevede l’acquisto di azioni e quote di capitale
dalle istituzioni finanziarie al fine di rafforzare il
settore finanziario. E’ lo strumento a cui il governo a
fatto ampiamente ricorso nel 2008 per far fronte alla crisi
dei mutui ipotecari (fonte: http://en.wikipedia.org/wiki/TARP).
NdT
Nicholas von Hoffman è l’autore di A Devil’s Dictionary of
Business, ora anche in versione economica. E’ autore di
tredici libri, compreso “Citizen Cohn”, e vincitore mancato
del premio Pulitzer.
Titolo originale: “Banks: Are They Struggling or Scamming Us?”
Fonte: http://www.alternet.org
Link
28.04.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RACHELE
MATERASSI
Dal sito: www.comedonchisciotte.org
SCEC:
L'ALTERNATIVA ALLA CRISI ...
di Francesco Bevilacqua
i proponiamo la prima parte della nostra intervista a Giovanni Lollo. Il
presidente di Arcipelago Veneto, dopo una descrizione del
sistema macroeconomico e della sua attuale crisi, ci
illustra gli scopi e le caratteristiche dello SCEC.
Dopo il resoconto dell’evento che ha ufficialmente
battezzato la nascita di Arcipelago Veneto e una prima
infarinatura su questa interessante iniziativa, proseguiamo
il nostro viaggio alla scoperta dello SCEC – Sconto ChE
Cammina con un’ampia intervista a Giovanni Lollo, presidente
di Arcipelago Veneto, con cui abbiamo approfondito alcuni
aspetti di questa realtà economica alternativa in rapida e
decisa espansione.
Rispetto alla situazione macroeconomica, lo SCEC ha una
finalità ed un effetto ben precisi: aiutare e implementare
l’economia locale. Come avviene questo nella pratica?
Per rispondere adeguatamente a questa domanda occorre
ridefinire la situazione macroeconomica attuale utilizzando
strumenti nuovi, dato che, se lo facessimo con gli strumenti
e le conoscenze “ufficiali”, potremmo scrivere un'intera
enciclopedia senza aggiungere nulla di nuovo all’argomento.
Dobbiamo usare un nuovo paradigma. Dobbiamo ridefinire il
mezzo utilizzato per misurare i beni e i servizi scambiati
nell’attività economica.
Oggi, tutti i beni e servizi (pane, carburante, imposte,
tasse, consulenze, brevetti, medicine, istruzione, ecc.)
sono scambiati e misurati con l’utilizzo dello strumento
moneta, la quale viene emessa in esclusiva da un ente ben
preciso (banca centrale, BCE, FED, ecc.) e sul possesso
della quale si calcola un “interesse” proporzionale alla
durata del possesso (attivo o passivo) dello strumento
“moneta”. Tale sistema ha portato nei secoli al verificarsi
di cicli di espansione e di crollo di interi sistemi
economici (paesi e continenti interi), fino ad arrivare alla
crisi attuale che si prefigura come la più vasta e profonda
che si sia mai verificata nella storia conosciuta.
Inoltre, tale impostazione ci ha portato a illuderci che lo
strumento moneta sia sinonimo di ricchezza, dato che
l'interesse applicato alla capitalizzazione della moneta
induce una convinzione di valore nell'azione di accumulo di
moneta. Tanta più moneta accumulo, tanto maggiore sarà il
valore degli interessi attivi che io accumulo, tanto più
aumenterà il mio capitale e tanto più sfrutto il meccanismo
di capitalizzazione degli interessi (interessi su interessi,
detto anche usura).
Questa illusione è la vera causa della crisi in cui stiamo
precipitando.
L'illusione falsa che la moneta sia ricchezza ci sta
portando alla rovina e non riusciamo a comprenderne il
motivo.
La crisi, di cui abbiamo visto solo l'inizio, è stata
accelerata negli ultimi anni da una serie di
“liberalizzazioni” delle normative valutarie internazionali
che hanno permesso un enorme sviluppo di aziende
multinazionali che hanno raggiunto, in diversi casi, volumi
di fatturato superiori a quello del PIL del Paese in cui
hanno sede e che hanno ottenuto, di fatto, il monopolio nel
settore in cui operano (bancario, energetico, farmaceutico,
alimentare, servizi, ecc.). Tutto ciò a danno delle piccole
e medie imprese locali che si vedono costrette a chiudere o
ad essere “assorbite” dalla grande azienda sovranazionale.
Lo SCEC - Solidarietà ChE Cammina, si prefigge lo scopo di
risolvere e superare i difetti dello strumento econometrico
moneta, utilizzandone solo gli aspetti virtuosi. In
particolare:
a) Lo SCEC non è una moneta, è un abbuono spendibile assieme
alla moneta avente corso legale nel paese.
b) Non esiste esclusiva nella sua emissione; lo SCEC è di
proprietà della comunità che ha stabilito liberamente di
adottarlo.
c) Non si applica nessuna forma di interesse (attivo o
passivo) sul possesso di SCEC.
Lo SCEC ha la capacità di spostare la ricchezza dal globale
al locale Inoltre, lo SCEC, come abbuono per lo scambio di
beni e servizi, può essere accettato solo da aziende e
professionisti locali iscritti all'Associazione Arcipelago
SCEC che, così facendo, contribuiscono a rivitalizzare
l'economia e le filiere produttive locali. L'artigiano, il
professionista, il negoziante scambiano gli SCEC che hanno
ricevuto dai propri clienti con i fornitori locali,
chiudendo la filiera all'interno della comunità locale.
Questo semplice meccanismo permette agli imprenditori
aderenti ad Arcipelago SCEC di aumentare il numero dei loro
clienti che torneranno a servirsi presso il negozio o
l'artigiano sottocasa, anziché presso i grandi centri
commerciali. In maniera apparentemente paradossale, il loro
fatturato complessivo aumenta anche se si è accordato un
abbuono sui beni e servizi forniti.
Oggi ci troviamo in una condizione di profonda crisi, nel
corso di una vera e propria recessione che è stata causata o
quanto meno amplificata dal carattere globale e
delocalizzato dell’economia. Grazie alla sua capacità di
spostare la ricchezza dal globale al locale, lo SCEC può
essere una risposta alla crisi e, in prospettiva futura, un
solido pilastro su cui costruire un sistema economico
sostenibile?
Noi pensiamo che sia esattamente così e ci crediamo talmente
tanto che abbiamo deciso di mettere tutta la nostra
capacità, le nostre esperienze e le nostre conoscenze
gratuitamente a disposizione del Progetto SCEC. Nel gruppo
di persone che si dedicano gratuitamente a portare avanti il
progetto ci sono economisti, consulenti finanziari,
avvocati, programmatori e imprenditori che hanno compreso
l’enorme importanza di sviluppare e far conoscere a tutti
quali sono la basi su cui poggia lo SCEC – Solidarietà ChE
Cammina.
Abbiamo brevemente accennato a quali sono le vere cause
della crisi globalizzata in cui stiamo precipitando e di cui
si vedono solo i primi segnali. Ben altro sta arrivando
all'orizzonte e noi lo spieghiamo nelle nostre “Serate
SCEC”, ma vale la pena sottolineare ancora alcuni
particolari:
a) esclusiva di emissione;
b) interesse-usura sulla capitalizzazione (attiva e passiva)
di moneta.
Questi due aspetti sono comuni a tutte le monete a corso
forzoso adottate per legge da tutti i Paesi del mondo.
La prerogativa fondamentale dello SCEC è quella di essere
un abbuono liberamente scelto dalle persone e non imposto
per legge; quando lo spendiamo, ci dà una sensazione di
libertà e di gioia difficilmente descrivibile a parole.
Personalmente, la prima volta che ho speso degli SCEC, ho
provato una sensazione bellissima, di leggerezza, di libertà
che non avevo mai provato prima. Con il tempo pensavo che
questa sensazione sarebbe passata, pensavo che mi sarei
semplicemente abituato, ma non è stato assolutamente così!!!
Dopo sei mesi che utilizzo gli SCEC nei miei acquisti,
invece di diminuire, la felicità di potere far circolare gli
SCEC è aumentata!!!
In realtà siamo coscienti che, prima ancora di utilizzare lo
strumento SCEC – Solidarietà ChE Cammina, è indispensabile
che si comprendano realmente e si mettano in pratica i
principi su cui esso si basa:
a) proprietà condivisa in modo paritario dello strumento
SCEC (lo SCEC è tuo, mio, è di tutti);
b) abbondanza (di SCEC ne stampiamo quanti ne servono a
tutti coloro che scelgono di utilizzarlo).
In questo modo l'illusione millenaria di potersi arricchire
di moneta svanirà e torneremo a essere consapevoli che la
vera ricchezza è il lavoro, la creatività e che non siamo
mai stati ricchi come oggi!!!
L'unico sistema sostenibile è quello che si basa sulla vera
ricchezza (lavoro e creatività) e non c'è altro modo per
poterlo realizzare se non attraverso il ritornare a essere
consapevoli di ciò, uscendo finalmente dall'illusione nella
quale ci hanno tenuti prigionieri finora.
IL PREZZO DELLA BENZINA CONTA DAVVERO? ...
di Debora Billi
TOD segnala la
dichiarazione di un
importante manager della più grande catena di concessionarie
auto degli USA. Il tipo ritiene, in sintesi, che il prezzo
della benzina sia al momento intollerabilmente basso negli
States.
Penso che
abbiamo
bisogno di una tassa sui carburanti che fissi il prezzo attorno ai 4 $ al gallone. Il prezzo della benzina
determina assolutamente il tipo di auto che la gente
acquista e il modo in cui le usa. (...) Con la benzina a
soli 2 $ al gallone,
sarà impossibile vendere veicoli più
efficienti, e stiamo
per assistere ad un'altro grande allontanamento da essi. Ho
visto questo film già tre volte nella mia carriera.
Uhm. Effettivamente il suo discorso ha un senso: finora, il
basso prezzo alla pompa ha sempre portato gli automobilisti
a comprare SUV, per poi precipitosamente rivenderli in
occasione di aumenti. Ma il fenomeno si verificherà anche
questa volta? Mi permetterei di dubitare, data la crisi in
corso. Riassume efficacemente Pietro Cambi in un commento su
Crisis:
Ma tanto, il problema principale non sarà il costo del
petrolio, nei prossimi anni. Potrebbe anche costare meno di
ora.
Ma potremo permettercelo? Questo è il problema, se capisci cosa
intendo.
Lo stesso concetto è stato espresso qualche settimana fa ad
Annozero, da un operaio sardo in cassa integrazione.
Che me ne frega se la benzina scende?
Potrebbero anche regalarmela, che tanto a fine mese non ci arrivo lo stesso.
Ma qui si stava parlando di USA, potreste obiettare. E
invece, anche in USA la situazione non è diversa. Forse
anche peggiore. Per la prima volta nella storia, gli
americani non reagiscono alla diminuzione del prezzo della
benzina: il manager avrà parecchio da aspettare. Perché nel
frattempo, i suoi concittadini danno fuoco alla casa. Come?
Si industriano a
produrre biodiesel
faidate in cortile utilizzando gli olii da frittura
esausti, ma le improvvisate raffinerie condominiali talvolta
esplodono bruciando tutto. Con il carburante a soli 2 $...
chi l'avrebbe mai detto.
BANCHE: PARLA IL
PM GRECO, TUTTI SAPEVANO CHE LE BANCHE ERANO INFOGNATE DI
TITOLI TOSSICI. MA COME MAI NESSUNO HA INDAGATO ? ... Tratto da www.dagospia.it
’tutti sapevano che
LE BANCHE ERANO INFOGNATE
Negli hedge fund DELle Cayman’ - ’2003, guardai dentro Parmalat: c’era già
Un campionario completo di titoli tossici’ - ’la fiat per 20
anni ha fatto finanza: di quale ’’economia reale’’ stiamo
parlando?’
Nunzia Penelope per il "Mondo"
Scuote la testa quando gli si chiede un'opinione su G20 e
paradisi fiscali: cosa realmente vogliano fare i Grandi,
sostiene Francesco Greco, non lo si e' capito troppo bene.
‘'Le liste, gli elenchi: servono a poco''. Forse e' la
deformazione mentale del magistrato, abituato a confrontarsi
con i lati oscuri di ciascuno; quella per cui
‘'un'automobile non e' un mezzo per spostarsi da qui a li,
ma qualcosa che viene rubato''.
Sta di fatto che il procuratore aggiunto di Milano, grande
accusatore di banche e affini, pm del caso Parmalat, sembra
scettico sulla possibilita' di introdurre, a colpi di liste
piu' o meno colorate, maggiore etica nella finanzia
mondiale. E tanto meno in Italia, dove l'illegalita' e'
aggravata da vizi nazionali storici quali evasione fiscale,
lavoro nero.
Greco ritiene necessarie ‘'regole internazionali che
riportino un minimo di controllo nella finanza e
nell'economia''; tuttavia, avverte, ‘'ci sono situazioni
interne ai singoli paesi che vanno affrontate: problemi
legati alla funzione degli organi di controllo, dei mercati
finanziari, della giurisdizione. In Italia, con la crisi
della giustizia, tutto e' accentuato, dilatato: e' difficile
anche far valere diritti essenziali. Cominciamo quindi a
discutere delle regole che come paese possiamo darci, e non
eludiamo i nostri problemi nascondendoci dietro lo schermo
dei vertici internazionali. Abbiamo innanzi tutto un
problema di giustizia penale; reati come truffa e
appropriazione indebita da noi non sono considerati gravi,
in altri paesi c'e' l'arresto''.
Quando parla
di nuove regole pensa a qualcosa di preciso?
Mi chiedo, per esempio, se la giurisprudenza che si affermo' negli anni ‘80,
escludendo dalla qualifica di incaricato di pubblico
servizio banchieri e bancari, sia ancora valida. L'articolo
47 della Costituzione afferma che la Repubblica tutela il
risparmio: quindi la funzione che ricoprono le banche e'
strategica. Tanto piu' oggi che le banche hanno dimostrato
di aver bisogno dell'intervento dello Stato. E tanto piu'
dal momento che si e' ritenuto addirittura di dare ai
prefetti un ruolo di controllo. Una provocazione, la mia, su
cui pero' varrebbe la pena di riflettere. Non si puo'
continuare ad ignorare l'articolo 47 della Costituzione e
nello stesso tempo lamentarci se i soldi dei risparmiatori
vengono bruciati nel Casino Royale mondiale.
Negli Usa le regole ci sono, severissime: Madoff e' andato
in galera in manette. I dirigenti della Enron pure. Tuttavia
proprio dall'America e' partito il Casino Royale di cui
parla. Hedge fund, cds, derivati, li hanno inventati gli
americani. E ne hanno fatto merce di esportazione di
successo. Come lo spiega? Forse le regole non bastano?
Premesso che non sono un appassionato di galere e manette,
le regole servono a guidare un sano sviluppo economico, a
impedire che avvengano determinati abusi. Le regole nel
diritto societario sono la programmazione di come deve
essere l'economia, in questo caso la finanza, per i prossimi
50 anni. Detto questo, e' anche vero che quanto e' avvenuto
negli ultimi vent'anni e' stato voluto un po' da tutti:
tutti sapevano che esisteva la finanza derivata, che su
questa facevano utili le banche, che il mondo intero si
muoveva attorno agli hedge fund con sede alle Cayman. Questo
sistema e' stato voluto, consentito, esaltato: andava bene a
tutti.
Andava bene anche perche' ha prodotto una enorme ricchezza
di cui molti hanno goduto.
Ed ha avuto pero' anche le conseguenze che sappiamo. Si e'
andati oltre. Un anno fa i titoli tossici si quantificavano
in 100 miliardi di dollari, oggi sono gia' 2000, e chissa'
se siamo alla fine.
Non sembra ottimista rispetto al fatto che la situazione sia
ormai sotto controllo.
Ci è stato detto che l'origine della crisi era nelle
insolvenze dei mutui subprime americani. Oggi tutti parlano
di titoli tossici senza spiegare cosa sono e soprattutto
dove stanno. Nulla è dato sapere del valore dei derivati, o
della situazione dei cds. Quando leggo che possono fallire
una serie di imprese, mi preoccupa che nessuno si chieda una
cosa fondamentale: quanti sono i cds collegati al default
General Motors? Parmalat aveva due milioni e mezzo di cds.
Fatte le debite proporzioni: se salta Gm, quanta gente
salta? Occorrerebbe essere più trasparenti e chiari sia
nell'informazione al mercato sia sulle responsabilità
oggettive e soggettive.
Ripeto il concetto. Le regole in Usa c'erano, chi doveva
pagare ha pagato, ma cio' non ha potuto evitare gli
scandali. Quella che stiamo vivendo e' una crisi di sistema,
non ‘'uno'' scandalo. In sei mesi sono tramontate tutte le
banche d'affari, e' caduto un sistema di potere legato alle
banche, alla finanza, a personaggi che solo sei mesi fa
sembravano dominare il mondo. Un sistema, come ho detto,
condiviso da tutti: controllori e regolatori. Chi lanciava
allarmi veniva deriso. Nel 2003 guardai dentro Parmalat e
li' c'era gia' tutto: programma di cartolarizzazione crediti
commerciali, credit link notes, credit default swap, asset
backed securities, swap su tassi e cambi con opzioni
implicite, zero coupon swap, lease back finanziari, veicoli
speciali, convertibles notes con strutture particolari. Un
campionario completo di tutte le schifezze che oggi vengono
genericamente chiamate "titoli tossici" .
Questo ci preoccupo' moltissimo, ma ancor piu' ci colpi'
l'indifferenza delle istituzioni, l'atteggiamento delle
banche che si spacciavano per vittime ignare: ‘'chi mai
poteva immaginare...''. Tutti potevano immaginare: bastava
dare un'occhiata. Nell'agosto 2007 la Banca d'Italia fece
una circolare per sollecitare le banche a indicare i conduit,
invitando a rispettare certi principi contabili. Principi in
vigore da anni: se Bankitalia sentiva il bisogno di
diffondere una circolare in quei termini, immagino fosse al
corrente che non venivano rispettati.
Dal suo punto
di vista: dove e' iniziato questo Armageddon della finanza
mondiale?
Come segnala
Ignazio Visco, penso che tutto sia iniziato con la grande
illusione del 2001: scoppia il caso Enron, ma nello stesso
tempo la crisi mondiale viene in qualche modo gestita.
Errore grave: quello era un campanello d'allarme che doveva
essere colto. Invece ci si e' illusi che ogni crisi potesse
essere gestita all'infinito. Il problema, adesso, e' che
quel sistema ha prodotto profitti altissimi ed e' dura
imparare a farne a meno.
Cioe'
abituarsi a fare meno soldi ?
Direi meglio:
abituarsi a fare profitti normali. Io li chiamo cosi'.
Cosa pensa
della rivolta contro ‘' i ricchi'', dei sequestri di manager
e banchieri? Jean Paul Fitoussi sostiene che si tratti di
una rivolta popolare che puo' mettere a rischio la
democrazia.
Sono
d'accordo con Fitoussi. La sproporzione tra gli stipendi dei
manager e banchieri e gli stipendi della gente comune era
arrivata a livelli improponibili. E' andato in frantumi il
patto sociale tra capitale e lavoro. Quindi si', puo'
succedere di tutto. E non e' un caso, inoltre, che certi
episodi siano accaduti in Francia.
Perche'?
E' li' che
hanno inventato la ghigliottina.
Secondo lei
e' l'inizio di una nuova lotta di classe?
Non direi.
Qui chi e' arrabbiato e' il ceto medio.
Lei quanto
guadagna al mese?
Seimilatrecento euro circa.
Come si
regola per i suoi investimenti?
Non investo:
spendo tutto.
E' d'accordo
con chi oggi contrappone alla finanza ‘'cattiva'' l'economia
reale ‘'buona''?
Anche la
stessa economia reale, tanto decantata, e' andata avanti
facendo finanza. Vedi la Parmalat; a fronte di un valore di
circa 800 milioni di euro ha fatto finanza per 15 miliardi.
La stessa Fiat per vent'anni ha fatto finanza. Se oggi
riuscira' a salvarsi e' perche' e' tornata a fare industria.
La crisi non e' solo un problema bancario, ma di una finanza
che deve bruciare anche nell'economia reale.
Non si salva
nessuno, insomma.
Quello che
piu' mi preoccupa e' che non vedo una sensibilita' diffusa
nei confronti dei danni che questo sistema causa a tutta la
collettivita'. I cittadini italiani temono per la loro
sicurezza, e pensano a scippi, stupri, clandestini. Restano
invece indifferenti ai danni causati da una criminalita'
economica ben piu' grave. Che non e' solo finanza, ma
evasione fiscale, lavoro nero, infortuni sul lavoro, danni
ambientali, corruzione: quanto costa tutto questo allo
Stato? La sola Parmalat, hanno calcolato, e' costata un
punto di Pil. A ogni finanziaria corrispondono sette punti
di Pil di interessi passivi: frutto di un debito pubblico
nato negli anni 70-80, favorito dalla corruzione e dalle
tangenti. Il risultato e' che oltre al debito oggi9 abbiamo
anche, intatto, il problema di infrastrutture inesistenti,
di scuole e ospedali fatiscenti.
L'eredita'di
Tangentopoli...
La tassa di
Tangentopoli: che paghiamo noi, pagano i nostri figli,
pagheranno i nostri nipoti.
Quanto e'
alto oggi il Italia il tasso di illegalita' economica?
E' alto. Non
dico che l'Italia sia messa peggio di tutti gli altri paesi.
Abbiamo pero' delle aggravanti solo nostre: evasione
fiscale, lavoro nero e criminalita' organizzata, innanzi
tutto. Bisognerebbe valutare quanto stiamo pagando per
questo sistema illegale. E questo rimanda al non rispetto
delle regole: un'altra caratteristica tipicamente italiana.
E' difficile da noi far passare il semplice concetto che a
ogni diritto corrisponde un dovere. E quando scorpori il
dovere dal diritto resta solo l'interesse.
La
definirebbe una questione morale?
E'
soprattutto una questione giuridica. Abbiamo tantissime
regole ma non le facciamo rispettare. Abbiamo il piu' alto
livello di amnistie, di indulti, il piu' rapido tempo di
prescrizione dei reati.
Si e' parlato
anche e molto di questione morale, pero'. Soprattutto a
sinistra.
Penso che la
sinistra, in Italia, abbia un atteggiamento provinciale
rispetto al capitalismo. Forse anche per questo commette
errori di valutazione. Come nel 2005, quando guardava con
interesse ai nuovi immobiliaristi, quelli che si sono poi
rivelati i ‘'furbetti''. O come nel caso Parmalat, quando
prese le difese di Fazio.
Parliamo dei
paradisi fiscali. Ritiene efficace la soluzione individuata
dal G20?
Il problema
e' complesso gia' nella sua definizione: paradisi fiscali,
societari, bancari, sono cose differenti. Questa distinzione
e' importante perche' dovrebbe caratterizzare il tipo di
contrasto che gli stati vogliono fare. E poi, che tipo di
collaborazione internazionale si ha in mente? Per ora non e'
chiaro, ma questo e' un elemento che cambia notevolemente la
sostanza delle cose. E ancora: tutte le societa' banche ecc
hanno sedi nei paradisi fiscali. E quindi, anche in questo
caso: che tipo di norma vogliono introdurre i vari paesi nei
confronti di questi soggetti? Come ci si vuole comportare
per la tenuta della contabilita'? Per questo dico che, in
sostanza, non ho ben capito cosa vogliono fare. Tutto e' una
sorta di finzione. Come per le regole sulla finanza: si e'
molto discusso di conduit e di hedge fund, della loro scarsa
trasparenza, della possibilita' che diano accoglienza a
fondi della criminalita' organizzata. Dopodiché, pero', le
cartolarizzazioni si fanno in conduit, e poiche' si
continuera' a farle, con quali strumenti le faremo?
Ma allora non
se ne esce?
Se si hanno
le idee chiare se ne puo' uscire. Ma mi chiedo: lo si vuole
davvero? Il problema piu' grosso che abbiamo avuto in questi
anni e' la collaborazione da parte degli altri paesi.
Abbiamo avuto piu' aiuto dalla Svizzera che da altri
dell'Unione Europea, come Gran Bretagna e Lussemburgo. Non
e' un caso la divisione nel G8 fra anglosassoni e altri
paesi europei: la maggior parte dei paradisi e'
anglosassone. Ma dobbiamo anche chiederci quanto l'Italia
sia a sua volta un paese off shore; da noi si puo' aprire un
conto corrente bancario intestato a una societa' di Madera
con la firma di un fiduciario elvetico e senza dove fare la
dichiarazione del beneficiario economico del conto stesso.
Occorre dunque omogeneizzare le legislazioni in queste
materie, omogeneizzare la collaborazione giurisdizionale e
amministrativa. Poi, sono convinto che i paradisi fiscali si
possano combattere; con la fiscalita', o anche con la moral
suasion.
Cos'altro si potrebbe fare nel nostro paese dal punto di
vista delle regole?
Potenziare la reazione contro la truffa, l'usura. Rivisitare
il reato di falso in bilancio. E poi, ma in realta' sarebbe
la prima cosa da fare, riprendere la discussione sul ruolo
delle autorita' di vigilanza, finalizzandole meglio.
A proposito
di Autorita' di controllo, ogni tanto si dice che lei sia in
partenza per la Consob.
E' una
chiacchiera che gira da anni. Resto dove sono, alla procura
di Milano.
Magistrato
per sempre?
Per almeno
altri sei anni. E' il termine che mi sono dato. Fra sei anni
ne avro' sessantaquattro, e vorrei smettere di lavorare
prima di essere troppo vecchio per fare altro.
E che altro
vorrebbe fare?
Ricominciare
con il volontariato, come da ragazzo. E poi magari andare in
barca, sciare.
CAUSE PREMATURE PER L'ALITALIA ... di Beppe Scienza
Da
oggi 26-1-2009 i titoli Alitalia non sono più quotati. Per i
loro possessori non cambia nulla o quasi nulla, visto che
già dai primi del giugno scorso erano sospesi dalla
quotazione. Andando su Bloomberg si vedono prezzi per le
obbligazioni convertibili, ma approfondendo meglio si scopre
che sono fittizi.
Il mio articolo «Solo sulla carta i prezzi per i bond
Alitalia» uscito il 24-12-2008 a prima pagina di Libero
Mercato, diretto da Oscar Giannino, riferisce su questo
punto e anche su un'altra questione. Alcuni invitano infatti
i possessori di titoli Alitalia a incaricarli di intentare
cause per ottenere indennizzi. In particolare il Siti, un
soggetto che si presenta come sindacato, quando
indiscutibilmente i sindacati sono tutt'altra cosa.
Risparmiatori
in ansia
«Solo
sulla carta i prezzi per i bond Alitalia»
Le quotazioni dell’euromercato non sono monetizzabili.
Diffidare da chi propone scorciatoie al piano del
commissario. Libero Mercato, 24-12-2008 pp. 1 e 4 In Borsa
le obbligazioni Alitalia 7,5% 2010 sono sospese dal 3 giugno
2008. Così a qualcuno è venuto in mente di provare un’altra
strada per riuscire a venderle, sapendo che alcuni titoli
quotati a Piazza Affari sono scambiati anche
sull’euromercato. È andato dunque sulla banca dati Bloomberg
e il suo spirito d’iniziativa è stato premiato. Ecco infatti
come appariva il cosiddetto book della Alitalia a inizio
settimana.

Dunque
all’occorrenza si potranno liquidare senza aspettare la
liquidazione delle attività della compagnia aerea. Per
giunta i prezzi non sono neppure stracciatissimi: vedi i 50
€ di Nomura rispetto all’ultima quotazione di 65 €. Né di
per sé insospettiscono le discrepanze fra i vari operatori.
Alquanto comuni anche per altri titoli, sono dovute in
genere a ritardi nell’aggiornamento dei prezzi. Per di più
anche per le Alitalia si notano variazioni dei denari e
delle lettere più volte nell’arco della giornata. Dunque non
si tratta di vecchi prezzi dimenticati, visto che qualcuno
si prende la briga di aggiornarli più volte al giorno. Anche
il cosiddetto spread fra denaro e lettera risulta in un caso
alquanto contenuto.
In effetti non compaiono quantitativi in acquisto o vendita,
come però anche per altri titoli di non largo mercato,
soprattutto in questi tempi. In tali casi, per passare dalla
teoria alla pratica, la banca o la sim chiede un concreto
prezzo d’acquisto (un denaro operativo, come si suole dire)
agli intermediari presenti in pagina. E così arriva la
doccia fredda. Infatti la risposta è sempre che nessuno di
loro compera “a nessun prezzo”. Come dire? È tutto finto.
Due
spiegazioni e due conclusioni. Ma perché allora Exane, Merrill Lynch, Citigroupo, Kng Securities e Nomura
mettono in pagina quei prezzi su Bloomberg e li aggiornano
in continuazione? La prima spiegazione che viene in mente è
che ci sia dietro un qualche imbroglio. Il mondo della
finanza è infatti infestato da farabutti più che un cane
randagio dai pidocchi. Non è necessario essere paranoici per
sospettare che tali prezzi servano ad esempio da riferimento
(fittizio) per girare titoli da un conto a un altro. Ciò
potrebbe avvenire in particolare a danno di clienti del
risparmio gestito, notoriamente il regno delle
malversazioni.
In effetti altri danno una spiegazione diversa, meno
dietrologica. Quei prezzi verrebbero aggiornati da un
qualche meccanismo automatico, in funzione di variabili
quali i tassi d’interesse ecc., senza nessun intento doloso.
In ogni caso la faccenda è strana e porta comunque a due
conclusioni. La prima, d’interesse generale, è che abbiamo
un’ulteriore conferma della scarsa trasparenza
dell’euromercato e dei gravi limiti di significatività dei
suoi prezzi, per altro largamente usati per le
valorizzazioni di fondi comuni e gestioni. La seconda, più
specifica, è che malgrado le apparenze esso non offre
nessuna soluzione per liquidare le obbligazioni Alitalia.
Chi ne ha, pazienti e attenda almeno le prossime mosse del
commissario Augusto Fantozzi. Magari però nel frattempo non
peggiori la situazione.
Regali agli
avvocati. Una cosa infatti deve evitare: buttare
via soldi intentando cause inutili. Ci riferiamo in
particolare alle sollecitazioni di Domenico Bacci,
segretario nazionale di un sedicente Sindacato italiano per
la tutela dell’investimento (Siti), che sicuramente non è un
sindacato, forse è una associazione di consumatori, forse
altro.
Riguardo alle Alitalia egli ha affermato in un’intervista a
Libero Mercato (25-11-2008, p. 7) che “solo chi agisce per
ottenere una sentenza potrà ottenere il risarcimento [...] o
in subordine partecipare alla distribuzione dei fondi che
arriveranno dai conti dormienti”. Addirittura alludendo al
fatto che anche la tempestività della domanda diventa
fondamentale.
Ovviamente non stupisce che gli avvocati aderenti o
collegati al Siti cerchino clienti. Sarebbe più carino se lo
facessero in altri modi. Al riguardo è infatti bene mettere
i puntini sulle i. È vero che il decreto-legge 28-8-2008 n.
134 prevede che “al fine della tutela del risparmio i
piccoli azionisti ovvero obbligazionisti di Alitalia s.p.a.
[...] sono ammessi ai benefici di cui all'articolo 1, comma
343, della legge 23 dicembre 2005, n. 266” ovvero al
cosiddetto fondo alimentato dai conti dormienti e che “con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri sono
stabilite le condizioni e le altre modalità di attuazione”.
Ma da nessuna parte risulta che ai singoli obbligazioni e
azionisti dell’Alitalia si richiederà, per essere
indennizzati, di avere intentato una causa (contro chi poi?)
e men che mai di averla iniziata presto! Il fine della
disposizione citata è appunto tutelare il risparmio, non
intasare i tribunali con qualcosa come 30 mila cause
inutili. Anzi, 30 mila cause dannose ai loro attori, perché
ovviamente il cosiddetto fondo dei conti dormienti non
rimborserà anche le notule dei legali.
Perciò gli obbligazionisti e azionisti di Alitalia, che
contano sull’intervento di tale fondo, faranno bene a non
seguire il “consiglio” del Siti, a meno che provino gusto a
regalare soldi a qualche avvocato.
Scarsa
precisione. Sulle Alitalia si legge davvero un po’
di tutto. Per esempio a pag. 4 di Italia Oggi del 4-12-2008
Paolo Silvestrelli sostiene che “gli obbligazionisti
Alitalia, secondo il rispetto della procedura di
liquidazione di creditori di una società in amministrazione
straordinaria, dovrebbero percepire una minima parte dei
loro soldi quantificabile in un 20% circa del prestito
obbligazionario”. Avrebbe reso un migliore servizio ai
lettori spiegando com’è arrivato a tale percentuale, che
certo nel decreto di commissariamento dell’Alitalia non c’è.
Da come si esprime sembrerebbe addirittura che essa discenda
da una regola generale. Che sia riportata in un nuovo
articolo, inserito di soppiatto nel codice civile o
addirittura nella Costituzione Italiana?
Nessuna
fretta. Alcuni obbligazionisti Alitalia sono
temono di avere trascurato qualche atto a tutela dei loro
diritti. Per fortuna non è così. La domanda di insinuazione
al passivo è stata presentata dal loro rappresentante comune
Gianfranco Grazia dei il 12-11-2008. Lo stesso giorno il
giudice incaricato del Tribunale di Roma ha reso noto che
gli darà sufficiente tempo per presentare a loro volta la
documentazione giustificativa dei loro diritti. In pratica
per dimostrare che possedevano le obbligazioni alla data del
29-8-2008.
Nel comunicato si parla esplicitamente di “un preavviso di
almeno due-tre mesi e che sarà data comunicazione del
provvedimento con forme idonee a garantirne un’ampia
diffusione”. Insomma, quando si arriverà al dunque, non si
procederà alla chetichella. In ogni caso il sito
www.alitaliaamministrazionecontrollata.com consente di
tenersi costantemente informati.
IL RISPARMIO TRADITO ... dai giornalisti economici ...
di Beppe Scienza
SOLDI
PUBBLICI AI GIORNALI
Beppe Grillo ha
denunciato i contributi dello Stato ai giornali e in
particolare i circa 38 miliardi di lire al Sole 24 Ore,
a parole paladino del libero mercato.
Ma c’è di
peggio: il quotidiano della Confindustria prende
soldi pubblici e fornisce un pessimo servizio ai lettori. In
particolare ai risparmiatori. È infatti impressionante il
numero di errori, svarioni ecc. da parte dei giornalisti
economici: si veda “Lo stupidario del Sole 24 Ore” e della
stampa economica nelle mie pagine web all’Università di
Torino:
www.beppescienza.it .
Però il discorso va esteso a tutto il giornalismo economico
italiano, il cui livello non è basso, bensì infimo.
BILANCE GUASTE
La stampa economica è piena di errori. Ma
sono errori unidirezionali. Fondi, polizze ecc. appaiono sempre migliori di come sono. Come se un
supermercato avesse molte bilance guaste. Ma tutte pesassero
di più, nessuna meno.
PERCHÉ I RISPARMIATORI SI DANNO LA ZAPPA SUI
PIEDI?
Perché scelgono spesso gli investimenti peggiori? Perché
sono stupidi?
Ovviamente no, sono invece vittime di banche, promotori
finanziari, assicuratori ma anche dei giornalisti economici. Anche per colpa loro sono sommersi dall’immondizia
finanziaria. Vediamo alcuni esempi.
1. Il Sole 24 Ore sconfina nel ridicolo
Milioni di
risparmiatori ci hanno rimesso un mucchio di quattrini, come
dimostra lo stesso ufficio studi di
Mediobanca. Il risparmio gestito è infatti come una
medicina che di regola fa stare peggio (ovviamente una tale
medicina sarebbe proibita).
Invece per vent’anni il giornalisti confindustriali hanno
consigliato i fondi d’investimento, benché fosse subito
chiaro che erano gestiti malissimo. Li hanno decantati con
tale foga da non temere il ridicolo, scrivendo per es. che:
“i fondi comuni, i fondi pensione e le polizze vita
soddisfano bisogni concreti e fondamentali al pari
dell’esigenza di nutrirsi o quella di muoversi”. Guida al
risparmio gestito a cura di Marco Liera, 2-2-1997
E le altre
testate non sono da meno.
2. Il Mondo sul risparmio gestito
Prendiamo il
Dossier pubblicato il 23-5-2003 sul settimanale della RCS,
simile a tanti altri.
Di 20 pagine 8 sono di pubblicità, precisamente di: Arca,
Banca Mediolanum, BPB Prumerica, Crédit Agricole, Ersel,
Hypo Alpe-Adria-Bank, Ing Investment, Bancoposta
Le altre 12 pagine sono all’80% dichiarazioni
trionfalistiche di dirigenti soprattutto di quelle 8
società, mai contestate dai giornalisti del Mondo
Questo è dare notizie o dare un megafono ai venditori?
3. Polizze vita previdenziali
Sono formule
studiate per far guadagnare gli assicuratori- e chi le vende
- a scapito dei clienti.
Ma le ha consigliate per anni il Sole 24 Ore,
definendole “punto di forza del sistema previdenziale” e
“tradizionali baluardi contro l’aumento del costo della
vita”, cose del tutto false scritte rispettivamente da:
Rossella Cadeo nella Guida al Risparmio del Sole 24 Ore
del 31-1-1999 e Marco Liera sul Sole 24 Ore del
15-1-1995
Anche il Corriere della Sera ha sempre usato toni
entusiastici e soprattutto ha regolarmente dato voce al
dirigente (Giovanni Palladino) di una società che le vende
(Arca) senza informare i lettori del gravissimo conflitto
d’interessi.
Conclusione: milioni di italiani si sono
ingozzati come oche all’ingrasso con polizze vita costosissime e
lunghissime.
4. Argentina
450.000 italiani
avevano obbligazioni dell’Argentina al momento del crac nel
dicembre 2001; a inizio 2005 l’Argentina propone un
compromesso, certo avaro. Ma conveniva comunque accettare.
Invece circa 200.000 non accettano e così, dopo essere state
vittime di Buenos Aires, sono ulteriormente vittime di
Altroconsumo, Soldi Sette ecc. che hanno
scatenato una campagna contro il concambio, anche attaccando
me che consigliavo il sì.
Di nuovo colpevoli dei danni subiti da risparmiatori sono
giornalisti economici, in particolare delle testate di
Altroconsumo. Notare al riguardo che l’editrice di Soldi Sette è una società di
capitali, cioè con fine di lucro:
Altroconsumo
Edizioni Finanziarie s.r.l. Conclusione:
• chi ha detto prontamente sì, ha recuperato circa 50 € ogni 100 € investiti
• 200.000 poveretti hanno invece obbedito a Altroconsumo, alla Task Force
Argentina, ad associazioni di consumatori e finora
non hanno incassato niente e forse non
vedranno mai un soldo.
5.TFR e fondi pensione
Ultima perla,
la riforma del Trattamento di Fine Rapporto (TFR) del 2007.
Qui è stato un fronte compatto. Il Sole 24 Ore ha
cercato in tutti i modi di convincere i lavoratori a dare un
calcio al TFR e aderire subito ai fondi pensione. Ma il
Corriere delle Sera, la Repubblica, il Messaggero ecc.
non sono stati da meno.
Impressionante soprattutto il taglio degli articoli: ai
lettori i giornalisti italiani danno ordini, anziché
notizie.
Conclusione: Chi ha obbedito agli ordini perentori dei
giornalisti economici continua a perdere soldi per i vari
crolli delle Borse e di vari titoli obbligazionari (legati o
meno ai mutui sub prime).
Ma i più hanno fatto di testa loro e comunque come
consigliato da Beppe Grillo, da me, da Famiglia Cristiana,
dai Cobas e Cub e pochissimi altri. Cioè si sono tenuti il
TFR; e vivono tranquilli
COSE STORTE NEL GIORNALISMO ECONOMICO
1. Chi decide la linea al Sole 24 Ore?
Enrico Salza,
vicepresidente dal 1972 al 1989 dell’Editrice Il Sole 24
Ore (e non direttore responsabile), “non esitava –
ricordano ancora oggi in redazione – a chiamare per dettare
la sua linea sugli articoli politici della giornata” Da
Affari & Finanza de la Repubblica, 9-4-2001, pag. 7
2. Il direttore del Mondo radiato dall’Ordine dei
giornalisti
Gianpiero
Fiorani della Banca Popolare di Lodi, afferma di aver dato
30.000 € al direttore del Mondo Gianni Gambarotta per
“per ottenere un atteggiamento di benevolenza” da parte
della testata della RCS.
Secondo il direttore “a cavallo del 2003-2004 il Mondo
raggiunse un accordo commerciale con la Popolare di Lodi,
per cui essa sottoscriveva 5.000 abbonamenti”. Da Prima
Comunicazione, maggio 2006, pag. 13
Difficile dire che sia peggio. Comunque il 16-12-2006 il
direttore del Mondo viene radiato dall’ordine dei
giornalisti, ma il Mondo non fa parola di ciò nelle sue
pagine. Nasconde bellamente tale notizia ai suoi lettori.
3. Regali ai giornalisti
Marina Bonandin,
quale giornalista assicurativa di Milano Finanza, denuncia
di aver ricevuto dal Lloyd Adriatico a Natale un
orologio da 1,5 milioni di lire e a Pasqua una
pepita d’oro. Oggetti di valore entrambi devoluti alla ricerca sul cancro.
Da The Guardian, 4-10-1993, pag. 10, che aggiunge: “Unfortunately,
many of Italian journalism’s finest are rather less
scrupulous than Ms Bonandin.”
4. Azimut offre week-end a Dubai Azimut,
che vende porta a porta fondi comuni ecc., offre ai
giornalisti economici un viaggio a Dubai da venerdi a lunedì
17/20-11-2006 con accompagnatrice/tore e visita alle moschee
e al suk, gita in jeep nel deserto, cocktail sulle dune…
Tutto ciò per una breve conferenza stampa.
Fatto denunciato il 16-11-2006 da Franco Abruzzo, presidente
dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia
5. Alan Friedman: giornalista o pubblicitario?
La sua foto sorridente campeggia in una pubblicità del Lloyd
Adriatico, per es. sul Sole 24 Ore, 29-10-2002, pag.
38
Lo stesso collabora alla rivista pubblicitaria
dell’Unicredito (Investor News, 2000, pag. 4) e
scrive: “il mio consiglio è affidarsi sempre di più al
risparmio gestito”
6. Antonio Lubrano: censurato come testimonial
Il paladino televisivo dei risparmiatori fa da testimonial
per una pubblicità del Mediocredito Lombardo
che viene censurata dal Giurì di Autodisciplina Pubblicitaria.
Da MF, 2-7-2002, pag. 21
7. Ricatti della pubblicità
Paolo Panerai
spiega che l’ufficio stampa del San Paolo di Torino, con
telefonata di Luisella Giorda,
revocò una campagna pubblicitaria su Milano Finanza, MF e
Italia Oggi per un articolo non gradito.
Gianni Zandano, presidente delle banca, non si degnò neppure
di rispondere a una sua lettera al riguardo. Da MF,
10-4-1997, pag. 15
8. Campioni nell’autoincensarsi
“Un bel
settimanale il Mondo. Testimonianza di
un’informazione indipendente e di qualità. L’informazione
economica e finanziaria in Italia: una buona qualità
diffusa. Esemplificata proprio dal quotidiano Il Sole 24
Ore…
accurato, con una redazione competentissima, indipendenza di giudizio anche nei
riguardi di un editore forte e potente qual è la
Confindustria”
Antonio Calabrò, su Prima Comunicazione, luglio 2003,
pag. 69-70
PECORE BIANCHE
Nel folto gregge di pecore nere dei giornalisti economici,
c’è qualche pecora bianca. Ne citerò tre, nell’ordine
cronologico in cui li ho conosciuti, ma ce ne sono altri.
Non avrei pubblicato oltre 400 articoli su 23 testate se non
esistessero giornalisti capaci e onesti, anche in ambito
economico:
• Mario Fortini, già direttore Capital, ora a La Stampa
• Giuseppe Altamore, Famiglia Cristiana
• Oscar Giannino, Libero Mercato, supplemento economico di Libero
IL SIGNORE SENZA ANELLI ... Scritto: Eugenio Benetazzo
Ecco come sta finendo quest'epoca: con il padre di famiglia che porta al
banco dei pegni gli anelli di fidanzamento, le fedi nuziali
della mamma e gli orecchini della nonna. Pur di racimolare
qualcosa, ora si è disposti a tutto. Si vendono i gioielli
di famiglia per pagare le rate del mutuo, le bollette di
casa e la borsa della spesa. Un comportamento che testimonia
il capolinea di un viaggio iniziato circa 3/4 anni fa: un
viaggio intrapreso quando i tassi di interesse toccavano il
loro minimo storico, un viaggio che aveva illuso molti
facilitoni che consumare ed acquistare a debito era
possibile e conveniente, addirittura facile. Non mi dilungo
più di tanto, i miei due bestsellers, Duri e Puri assieme a
Best Before, hanno con largo anticipo profetizzato quanto si
sta verificando in questo periodo storico (trovate anche i
redazionali precedenti su
www.eugeniobenetazzo.com/recensioni.html).
I recenti crash di prestiose banche d'affari stanno
dimostrando quanto sia marcio il sistema.
Northern Rock, Nomura, UBS, CitiBank, Fannie Mac,
Societe Generale, Bear Stearns, Lehman Brothers.
E chi sarà il prossimo ? Ma credete veramente che il
nostro paese ne sia indenne ? Falliranno anche banche
italiane, basta solo aspettare: alla faccia di tutti quegli
analisti comprati, che se ne uscivano e se ne escono
tutt'ora con affermazioni del tipo: non vi preoccupate
perchè l'Europa è immune da tutto questo. Già, come se fosse
possibile non essere contagiati dal più grande bubbone
finanziario di tutti i tempi. Debiti sfrenati, perizie
gonfiate, mutui farlocchi, prodotti derivati come la
dinamite e per finire bilanci cabriolet. Molti risparmiatori
e correntisti avranno presto un'amara sorpresa: cucù il
denaro non c'è più ! Il rischio di polverizzazione dei conti
correnti è alle porte, avrei anche il nome di tre istituti
di credito italiani in pole position per affiancarsi alla
lista delle morti bancarie negli USA. Mi piacerebbe farne il
nome, ma è troppo rischioso. Il consiglio che vi posso dare
è quello di estinguere al più presto il proprio appoggio
bancario aperto presso il tal gruppo bancario di turno e
migrare verso qualche piccola cassa rurale o banca di
credito cooperativo. Non fidatevi delle grandi dimensioni:
le recenti cronache finanziarie dimostrano che sono proprio
le grandi realtà ad essere in grave crisi, a causa del
ricorso al profitto indiscriminato ed al dividendo civetta.
Cercatevi una piccola realtà bancaria con poche filiali e
senza manie di grandezza. Pregate in ogni caso che questo
basti. L'effetto domino potrebbe travolgere chiunque ed
arrivare ovunque in ogni caso. Chi sta per acquistare un suv,
ci rinunci e consideri l'idea di comprare un kilo di oro
fisico. Sarà una delle poche certezze che vi rimangono.
Sempre per restare in tema di certezze farlocche presto
scoppierà anche la seconda crisi del sistema bancario,
quella dei crediti iscritti in bilancio come poste
esigibili, quando nella realtà ormai sono
imprenditorialmente inesigibili. Ricordate che rispetto
all'Inghilterra ed agli Stati Uniti, la situazione di noi
europei è tutt'altro che rassicurante: infatti ogni paese
dell'unione è privo di una banca nazionale che possa
intervenire e trasformarsi in prestatore di ultima istanza.
Dubito che in caso si verifichi una Northern Rock in Italia,
la Banca Centrale Europea possa prestare denaro a fondo
perduto proprio come fece la Banca Centrale d'Inghilterra
con la Northern Rock. Le redini del sistema finanziario
globale sono sfuggite di mano: immaginabile conseguenza
collaterale della globalizzazione. Il diabolico volano
sperequativo che ha spudoratamente arricchito pochi soggetti
(solitamente gruppi multinanzionali) a scapito della classe
medio borghese, adesso sta presentando il conto: la perdita
dei posti di lavoro a tempo indeterminato ha generato una
nuova classe sociale che può continuare a vivere solo
ricorrendo al debito. Debiti per tutto: per la casa, per
l'auto, per i vestiti, per le vacanze e per la busta della
spesa. Soluzioni non ne esistono. Purtroppo. Dimostrazione
palese sono proprio i continui interventi delle Banche
Centrali, seguiti dai relativi commenti ridicoli a non
preoccuparsi. Nemmeno i burattinai (ammesso che siano tali)
sanno come intervenire per curare il malato moribondo. Nel
frattempo molti voi perderanno la casa, il lavoro, la
dignità e la speranza di vita per se ed i propri figli,
oltre ai quei quattro soldi che si trovavano giacenti e
dormienti sui conti correnti. Temo che questa volta non si
accetteranno e subiranno passivamente le spiacevoli
conseguenze delle prossime ed imminenti tempeste finanziarie
(come ad esempio il fallimento della propria banca o la
perdita dei propri risparmi). La rabbia sarà tale che
sprigionerà sentimenti ed impulsi di linciaggio e vendetta,
stile quelli visti in Argentina otto anni fa. Qualcuno potrà
sorridere a queste mie affermazioni o chiavi di lettura,
proprio come sorrise e mi derise quando diciotto mesi prima
parlai di un nuovo 1929 alle porte. Mai come prima, questa
volta ognuno sarà veramente artefice del proprio destino.
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