APPUNTAMENTI



ALTERNATIVE ALL'INCENERIMENTO ...  scritta da Marco Cedolin

Tratto da "Grandi Opere" Arianna Editrice 2008
Una seria e virtuosa politica di gestione dei rifiuti non può prescindere da una riduzione alla fonte del volume degli stessi e da un cambiamento radicale d’impostazione della produzione industriale. Nonostante fino ad oggi nel nostro paese non sia stato fatto nulla in questo senso, il ricorso all’incenerimento dei rifiuti potrebbe comunque essere evitato fin da subito attraverso un’applicazione sistematica della raccolta differenziata e opportune pratiche di riciclaggio.
Il Trattamento Meccanico Biologico (TMB) abbinato ad un’efficace raccolta differenziata porta a porta è in grado di rappresentare un’alternativa alla pratica dell’incenerimento, estremamente più vantaggiosa sotto ogni punto di vista che si voglia prendere in considerazione. Nel mondo esistono già 15 moderni impianti TMB ed altri 20 sono in fase di costruzione. I più avanzati sono quello di Sidney in Australia che è attivo dal 2004, quello di Amiens in Francia, Munster e Bassum in Germania e Vagron nei Paesi Bassi....

Il TMB è in sostanza un’evoluzione maggiormente performante della vecchia pratica del compostaggio, all’interno di impianti in grado di coniugare le più raffinate tecniche di separazione meccanica con il trattamento della parte organica dei rifiuti. Se utilizzato a valle di una buona raccolta differenziata che raggiunga il 60% del volume complessivo dei rifiuti, un moderno impianto TMB nel quale venga conferito il restante 40% è in grado di recuperare circa il 70% del materiale in ingresso, utilizzando sistemi di separazione meccanica sofisticati e ampiamente disponibili sul mercato, estraendo frazioni riciclabili di vetro, plastiche dense, alluminio, acciaio, carta, cartone e pellicole di plastica. La frazione organica viene invece avviata ad un trattamento anaerobico – aerobico ed il biogas prodotto durante questa fase viene sottoposto a recupero energetico, permettendo di alimentare l’impianto stesso che sarà in questo modo energeticamente autosufficiente. Eventuali eccedenze di energia possono inoltre venire cedute a terzi.

La quantità finale di materiale da conferire in discarica sarà circa il 15% del volume complessivo dei rifiuti, mentre nel caso dell’incenerimento che prescinde per forza di cose dalla raccolta differenziata (che priverebbe i megainceneritori dei materiali maggiormente calorifici) il 30% della massa dei rifiuti inceneriti si trasforma in ceneri che devono essere smaltite. Il materiale derivante dal TMB sarebbe formato da inerti e composti organici stabilizzati con scarsissima potenzialità di percolazione ed emissione di odori molesti, con una potenzialità inquinante ridotta del 90% rispetto a quella del materiale in entrata, che potrebbero essere smaltiti in discariche per inerti o addirittura riutilizzati.
Le ceneri derivanti dagli inceneritori sono invece rifiuti tossici che necessitano di essere smaltiti in discariche per rifiuti speciali di tipo B1. Le emissioni di anidride carbonica e gas serra di un impianto TMB sono notevolmente inferiori rispetto a quelle di un inceneritore e il trattamento meccanico biologico a differenza dell’incenerimento non introduce sostanze tossiche nell’ambiente circostante.

Il costo di realizzazione di un impianto TMB ammonta a circa ¼ della cifra necessaria per realizzare un piccolo inceneritore, si tratta di un impianto meno complesso e di più veloce costruzione e la sua dislocazione sul territorio non rischia di creare problemi di ordine sociale in virtù del suo scarsissimo impatto ambientale.

In Italia fino ad oggi il trattamento meccanico biologico è applicato su rifiuti scarsamente o per nulla differenziati e viene usato quasi esclusivamen te per la produzione di Combustibile derivato da Rifiuti (CdR) e Frazione Organica Stabilizzata (Fos). Il CdR che potrebbe essere oggetto di successive selezioni finalizzate al recupero viene invece bruciato perpetrando uno sperpero di risorse ed energia, in quanto costituisce la materia prima per i megainceneritori. La Fos pur essendo definita materiale da utilizzare per il ripristino ambientale non è un compost di qualità in quanto costituita da notevoli quantità d’impurità derivanti dalle altre tipologie di rifiuto e viene generalmente utilizzata nel ripristino ambientale di cave, giardini, discariche, parchi e scarpate ma non può essere impiegata per usi agricoli.

Eliminando il ricorso all’incenerimento ed incrementando al massimo la raccolta differenziata, anche attraverso opportuni incentivi economici, si potrebbe in breve tempo costruire un circolo virtuoso che per mezzo della costruzione di moderni impianti di TMB e della ristrutturazione di quelli attualmente usati per la produzione di CdR e Fos riesca a riciclare la stragrande maggioranza dei rifiuti, conferendo in discarica solamente una piccola parte di essi (fino a meno del 10%), oltretutto sotto forma di materiali inerti e scarsamente inquinanti. Il tutto con un costo enormemente inferiore rispetto a quello dei megainceneritori e senza avvelenare l’aria ed il suolo, con enormi benefici per l’ambiente e la salute delle persone e degli animali.
Paradossalmente proprio la minore movimentazione di denaro connessa ad un sistema di questo genere lo rende scarsamente attraente per i grandi potentati economico/finanziari che prediligono opere faraoniche come i megainceneritori che permettano loro di gestire finanziamenti miliardari a proprio uso e consumo.


 

PROPOSTA DI COLLABORAZIONE PER L’ELABORAZIONE DEL PIANO REGIONALE RIFIUTI SPECIALI ...  scritta da COMITATI RIUNITI RIFIUTI ZERO DI TREVISO E VENEZIA e RETE AMBIENTE VENETO

Alla Presidenza e ai componenti della VII Commissione Ambiente
del Consiglio Regionale del Veneto
Pal. Ferro Fini S. Marco 2322
Venezia

Oggetto: PROPOSTA DI COLLABORAZIONE PER L’ELABORAZIONE DEL PIANO REGIONALE RIFIUTI SPECIALI

A nome dei Comitati Riuniti Rifiuti Zero di Treviso e Venezia, anche per conto dei Comitati di Verona, Schio e Padova, desideriamo segnalarvi la nostra disponibilità a collaborare, in ogni modo Voi riteniate utile, all’elaborazione di un Piano Rifiuti Speciali che faccia fare al Veneto un deciso passo avanti verso la Prevenzione e il Riciclo totale anche dei rifiuti speciali, oltre che degli urbani, campo in cui la nostra Regione è all’avanguardia in Europa.
A questo scopo Vi alleghiamo copia del DVD contenente tutti gli interventi del Convegno sul "Riciclo dei rifiuti speciali" che, come Rete Ambiente Veneto-Comitati Rifiuti Zero abbiamo organizzato il 23 aprile scorso assieme alla Provincia di Venezia-Assessorato all'Ambiente: riteniamo possa essere un ulteriore passo nella collaborazione tra Comitati e Istituzioni verso una politica regionale che punti alla prevenzione e al riciclo totale, escludendo nuovi inceneritori, con attenzione a procedure e normative correlate.
Tale collaborazione si aggiunge a quella in atto da vari anni con la Provincia di Treviso, nel comune impegno contro il progetto di Unindustria Treviso di due inceneritori per Rifiuti Speciali a Silea e Mogliano.
Già il lunedì 26 aprile, al termine della prima seduta del Consiglio, che ha visto la presenza di una festosa manifestazione per il riciclo totale senza inceneritori (in calle larga XXII marzo e anche in Canal Grande), c'è stato un primo incontro tra una quindicina di consiglieri regionali e una rappresentanza dei Comitati, in un clima di grande attenzione reciproca, premessa di vera collaborazione. E si stanno preparando, in queste settimane, altri incontri con consiglieri di vari gruppi consiliari e col nuovo assessore all'ambiente Maurizio Conte.
Desidereremmo, però, collaborare soprattutto con il Consiglio regionale nel suo insieme, mettendo a disposizione le nostre conoscenze tecniche ed ambientali, come abbiamo cominciato a fare, appunto, con la Provincia di Venezia attraverso il Convegno di studio, che è solo primo di una serie: oltre ai Rifiuti Speciali non pericolosi, oggetto dell’incontro del 23.4 scorso, stiamo preparando una seconda scadenza sulla Prevenzione, Riduzione e Riciclo dei Rifiuti Pericolosi, e poi una terza su Riuso e Riciclo dei Rifiuti Speciali da Costruzioni e Demolizioni.

Per
COMITATI RIUNITI RIFIUTI ZERO DI TREVISO E VENEZIA
Paolo Piattaluga e Lucia Tamai

Per
RETE AMBIENTE VENETO
Michele Boato


COMMISSIONE ECOLOGIA IN PROVINCIA: LUCI ED OMBRE ...  di Stefano Dall’Agata – Consigliere Provincia di Treviso

Venerdì sera alla IV Commissione Ecologia alla Provincia di Treviso si sono affrontate 2 questioni relative alla gestione dei rifiuti.
La prima, che prevedeva su nostra richiesta l’audizione della Signora Carla Poli del Centro di Riciclo di Vedelago, era relativa all’approfondimento per il riciclo delle frazioni residue di rifiuti ed ha visto prima relazionare l’Assessore Fanton sull’evoluzione delle percentuali di raccolta, e poi la Signora Poli ad illustrare le possibilità di ulteriore recupero di materia da quelle frazioni residue che altrimenti sarebbero destinate all’incenerimento. Illustrazione che ha ricevuto l’apprezzamento della Commissione, con la richiesta dei Commissari Oscar Bordignon e Fiorenzo Silvestri per una visita agli impianti di Vedelago, richiesta accolta dal Presidente Marco Lovisetto e dall’Assessore.
Sul secondo punto all’ordine del giorno, in cui si doveva dare il Parere ai sensi dell’art. 16, comma 2, della L.R. 16 febbraio 2010, n. 11 (quello scritto per fermare i due inceneritori di Confindustria) nei confronti della Ditta Graneco Rubber srl in comune di Possagno, l’amministrazione e la maggioranza hanno a nostro avviso assunto una posizione che rischia di creare un precedente rischioso.
Nei fatti ciò che viene richiesto al Consiglio Provinciale e all’Arpav è di accertare “l’indispensabilità degli impianti stessi ai fini dello smaltimento o recupero” , non di valutare se detti impianti siano utili o opportuni “in ragione dell’osservanza del principio di prossimità tra luogo di produzione e luogo di smaltimento” .
Ed entrando nel merito, l’impianto in questione tratterebbe circa 60.000 tonnellate di pneumatici, circa 4 volte il totale proveniente dal Veneto, con la parte destinata a CDR che sarebbe avviata alla Cementi Rossi di Pederobba, e destinazioni diverse per la parte destinata a materia prima di recupero.
Tenendo poi conto che si tratta dello spostamento di lavorazioni da uno stabilimento di Ferrara a quello di Possagno come Gruppi del Centro-Sinistra abbiamo votato contro. Sono state espresse poi anche valutazioni rispetto all’opportunità dello spostamento della lavorazioni, da parte mia in particolare sono state espresse riserve rispetto al fatto che da febbraio i lavoratori della Graneco di Ferrara sono stati avviati a licenziamento, ed ho inoltre espressamente richiesto all’Assessorato ed agli Uffici della Provincia di verificare l’esistenza di procedimenti avanti la Procura della Repubblica di Ferrara nei confronti della Graneco Rubber per violazioni alla normativa ambientale, e se, nel tempo trascorso dalla chiusura dello stabilimento di Ferrara ad ora, la lavorazione stia già avvenendo nello stabilimento di Possagno, con il processo di autorizzazione ancora in corso.
Esprimo forte preoccupazione per la linea politica espressa fin d’ora dalla Giunta e dalla maggioranza, e vorrei far rilevare che quando giungerà la richiesta da parte di Unindustria Treviso per i due inceneritori si potrebbe far valere il fatto che l’energia di recupero dall’incenerimento avrebbe come utilizzatore il territorio provinciale, e per analogia il voto per la ditta Graneco dichiarare “l’indispensabilità degli impianti”.
Chiedo quindi alla Giunta e alla maggioranza in Provincia di Treviso di rivedere ed approfondire le questioni legate alla procedura in oggetto, al fine anche di non trovarsi in forte imbarazzo per aver creato un precedente che rischia di rivelarsi un pericoloso autogol per il nostro territorio.
Stefano Dall’Agata – Consigliere Provincia di Treviso


RAPPORTO SULLE TECNICHE DI TRATTAMENTO DEI RIFIUTI URBANI IN ITALIA SINTESI - Maggio 2010 ...  di Enea - FederAmbiente

Obiettivi e finalità
Il Rapporto riassume i risultati di un’indagine conoscitiva condotta congiuntamente da ENEA e Federambiente, a cavallo tra il 2008 e il 2009, finalizzata a caratterizzare gli aspetti tecnici di progetto e di esercizio dell’impiantistica di trattamento dei rifiuti urbani1 presente sul territorio nazionale.
L’obiettivo principale dell’indagine è stato quello di mettere a disposizione di quanti (istituzioni, operatori, tecnici, amministrazioni, cittadini ecc.) sono coinvolti o ripongono semplicemente interesse nello specifico settore una serie di informazioni e dati, quanto più esaustivi ed attendibili riguardo alla situazione attuale delle tecniche2 di trattamento dei rifiuti urbani che vengono adottate in Italia, con particolare riguardo a quelle finalizzate al riciclaggio e al recupero di materia ed energia.
Seguendo un approccio ormai consolidato in precedenti indagini, effettuate congiuntamente da ENEA e Federambiente e focalizzate sul settore specifico del recupero energetico, anche in questo caso le attività sono state principalmente indirizzate ad acquisire ed analizzare informazioni e dati tecnici di progetto e di esercizio caratteristici dell’impiantistica nazionale di trattamento dei rifiuti urbani. Finalità questa che esula dagli obiettivi a fronte dei quali l’ISPRA pubblica annualmente il “Rapporto Rifiuti”, nei confronti del quale il presente Rapporto si pone non in forma alternativa, bensì complementare.
Le informazioni e i dati relativi al parco impiantistico nazionale di trattamento dei rifiuti urbani riguardano sia le caratteristiche progettuali (capacità di trattamento, apparecchiature e configurazioni adottate per varie sezioni di pretrattamento, trattamento e post-trattamento, i sistemi di controllo delle emissioni ecc.), sia le condizioni operative (tipologia e quantitativi dei rifiuti trattati, recuperi effettuati, produzione e gestione dei residui ecc.).
Si precisa che le informazioni e i dati relativi alle caratteristiche progettuali sono aggiornati al 31 dicembre 2008. I dati operativi (quantitativi di rifiuti trattati, recupero di materia ed energia, produzione e gestione dei residui ecc.) sono invece riferiti all’anno 2007.

Metodologia adottata
L’indagine è stata condotta tramite l’invio, a tutti gli impianti individuati sul territorio nazionale, di appositi questionari integrati, se necessario, con opportune interviste telefoniche e richieste di ulteriori informazioni e/o chiarimenti.
E’ stato deciso di limitare il campo di indagine agli impianti aventi capacità di trattamento superiore alle 1.000 t/a. Ciò in considerazione del fatto che, in base alle informazioni ricevute, quelli al di sotto di tale taglia non risultano rappresentativi del parco impiantistico in quanto, anche se a volte abbastanza numerosi, coprono una percentuale molto ridotta in termini di capacità di trattamento, oltre a risultare di non agevole caratterizzazione a causa delle oggettive difficoltà di reperimento di informazioni e di dati tecnici.
Per quanto riguarda specificatamente gli impianti di digestione anaerobica sono stati presi in considerazione solo gli impianti che trattano - in maniera esclusiva o come flusso anche non prioritario - rifiuti di origine urbana, tralasciando quelli dedicati esclusivamente al trattamento di altre tipologie di rifiuti quali i fanghi, i reflui zootecnici e/o gli scarti dell’industria agroalimentare.
Sulla base dei risultati conseguiti, il numero degli impianti oggetto dell’indagine (“impianti censiti”), nonché la loro capacità complessiva di trattamento, sono quelli riportati nella tabella seguente.



E’ da rilevare che la capacità di trattamento complessiva, riportata solo a titolo informativo sotto la voce “totale”, non risulta direttamente correlabile alla produzione di rifiuti urbani in quanto si tratta di voci non omogenee. Alcuni flussi di rifiuti sono sottoposti a trattamenti successivi “in serie” nello stesso impianto o nello stesso sito o, nella maggioranza dei casi, in impianti diversi, per cui le rispettive capacità di trattamento non sono sommabili. E’ questo, ad esempio, il caso degli impianti di trattamento meccanico-biologico (TMB) che producono combustibile derivato da rifiuti (CDR) o frazione secca - che vanno successivamente a recupero energetico - o che inviano la frazione secca ad un impianto che produce CDR3. E’ inoltre da ricordare che negli stessi impianti vengono trattati anche rifiuti speciali, come ad esempio nel caso del recupero energetico4.
Benché i questionari siano stati inviati a tutti i contatti individuati è stato possibile ottenere solo una risposta parziale tramite la ricezione degli stessi opportunamente compilati.
Per colmare questa lacuna ed aumentare la rappresentatività del campione esaminato, si è provveduto, per le voci più significative (capacità, stato funzionale, anno di avviamento, sequenza dei trattamenti, dati di esercizio del 2007), ad integrare le informazioni e i dati ricevuti con quelli reperibili da fonti bibliografiche. In tale modo è stato possibile acquisire le informazioni e i dati - che sono stati oggetto delle successive elaborazioni - relativi ad un numero maggiore di impianti i quali hanno portato a definire l’insieme degli “impianti esaminati”. Ciò ha permesso di conseguire, rispetto al totale degli impianti censiti, percentuali di copertura soddisfacenti, sia in termini di numero di impianti, sia di capacità di trattamento, che vanno da un minimo di circa il 55% nel caso del compostaggio fino al 100% per la digestione anaerobica e i trattamenti temici.
Entrando in dettaglio, sono stati raccolti ed analizzati le informazioni ed i dati relativi alle seguenti categorie di impianti:
• i trattamenti meccanici post RD;
• il compostaggio di frazioni selezionate;
• i trattamenti meccanico-biologici;
• la digestione anaerobica;
• i trattamenti termici5.

Oltre alle tecnologie di trattamento consolidate, che costituiscono l’ossatura dell’impiantistica di settore, sono state anche brevemente esaminate alcune soluzioni alternative. Di queste si è venuti a conoscenza nel corso dello dell’indagine, sia tramite incontri con i proponenti, sia a seguito di pressanti iniziative di promozione, alle quali è stata data ampia eco a livello mediatico. Si è cercato di evidenziare le loro potenzialità e i loro limiti, con l’unico intento di fornire un quadro informativo quanto più chiaro e corretto sul piano tecnico, nei limiti determinati dalla quantità e dalla qualità delle informazioni e dei dati di cui si è avuta disponibilità.
In particolare, per ciascuna proposta è stata elaborata una scheda che illustra:
• le origini e le finalità;
• la descrizione della tecnologia;
• il grado di sviluppo raggiunto;
• alcune considerazioni tecniche.

Risultati ottenuti
I principali risultati conseguiti possono essere così riassunti:
• Per quanto riguarda l’analisi dei trattamenti meccanici post RD, il campione esaminato è risultato piuttosto limitato (33 impianti censiti), a causa delle oggettive difficoltà nell’individuare questa tipologia di impianti sul territorio. Si ritiene tuttavia che esso sia sufficientemente rappresentativo per quanto concerne le tecniche di trattamento adottate le quali risultano, nel complesso, abbastanza standardizzate. Sulla base dei dati relativi agli impianti esaminati (18) è possibile valutare, nel corso del 2007, un recupero di materiali avente una. resa media superiore all’85%.
• Al 31 dicembre 2008 sono presenti sul territorio nazionale 393 impianti destinati al trattamento di rifiuti urbani, finalizzati al recupero di materia (compostaggio) e di energia (digestione anaerobica, incenerimento con recupero energetico), aventi una capacità nominale complessiva di oltre 27 Mt/a e che nel corso dell’anno 2007 hanno trattato circa 18 milioni di tonnellate di rifiuti. Tale capacità di trattamento non può essere direttamente correlata alla produzione totale in quanto si tratta di voci non omogenee. Infatti, con riferimento ai dati di consuntivo del 2007, a fronte di una produzione totale di rifiuti urbani pari a 32,55 milioni di tonnellate è possibile stimare che il quantitativo di rifiuti urbani trattati - inclusi gli impianti di trattamento meccanico post RD - sia stato pari al massimo a 20,66 milioni di tonnellate (63,5%), per cui almeno 11,89 milioni di tonnellate (36,5%) sono state smaltite direttamente in discarica senza subire nessuna forma di trattamento. A questi vanno sommati i quantitativi di rifiuti pretrattati e i residui di trattamento che fanno sì che l’incidenza della discarica sia ancora pari al 51,9%.
• Gli impianti di trattamento di frazioni organiche selezionate per la produzione di compost sono 195, con una capacità complessiva di trattamento pari a circa 5,35 Mt/a e una capacità media pari a circa 27.000 t/a. Questi impianti sono concentrati soprattutto nel Nord del Paese (122 su 195 con una capacità di trattamento pari a circa il 56% del totale), dove sono inoltre caratterizzati da una taglia inferiore alla media, segno di una maggiore distribuzione sul territorio. Sono stati individuati anche 60 impianti di capacità inferiore alle 1.000 t/a che coprono solo lo 0,8% del totale in termini di capacità di trattamento. Nel corso del 2007 negli impianti di compostaggio sono stati trattati circa 3,1 milioni di tonnellate di rifiuti urbani con una produzione di circa 930.000 tonnellate di compost.
• Gli impianti di TMB, ai fini della separazione secco-umido nonché della produzione di CDR e di frazione organica stabilizzata (FOS), sono 135 per una capacità complessiva di trattamento pari a circa 14,5 Mt/a e una capacità media di circa 108.000 t/a. Detti impianti, contrariamente a quelli di compostaggio, risultano abbastanza ben distribuiti a livello nazionale, con capacità di trattamento pressoché equivalenti al Nord ed al Sud e solo lievemente inferiore al Centro. Anche in questo caso si registra al Nord un numero maggiore di impianti (58 su 135) di taglia mediamente inferiore, a conferma di una maggiore diffusione sul territorio. Nel corso del 2007 negli impianti di TMB sono stati trattati poco più di 10 milioni di tonnellate di rifiuti di cui circa la metà (4,9 milioni di tonnellate trattate in 60 impianti) destinate alla produzione di CDR. La produzione di quest’ultimo è stata pari a circa 1,45 milioni di tonnellate, alla quale vanno associate 1,25 milioni di tonnellate di FOS.
• Gli impianti di digestione anaerobica che trattano flussi di rifiuti di origine urbana sono solo 10, corrispondenti a una capacità complessiva di trattamento pari a 477.000 t/a. Di questi, 7 sono localizzati nelle regioni settentrionali e rappresentano oltre l’80% della capacità complessiva. Nel corso del 2007 in questo tipo di impianti sono stati trattati circa 200.000 tonnellate di rifiuti che hanno dato luogo alla produzione di poco meno di 50.000 tonnellate di digestato, oltre a circa 25 GWh di energia elettrica, che costituisce la forma prevalente di recupero energetico.
• Gli impianti di trattamento termico sono 53 (di cui 51 operativi e 2 in avviamento nel corso del 2009) tutti costituiti da inceneritori, tranne un gassificatore, per una capacità complessiva di trattamento pari a circa 6,7 Mt/a e una capacità media pari a circa 125.000 t/a. Essi sono concentrati soprattutto al Nord (29 su 53), con una capacità di trattamento pari a circa il 66% del totale. Il recupero energetico viene effettuato nella quasi totalità degli impianti (51 su 53) tramite la produzione di energia elettrica, mentre la produzione di energia termica, effettuata nell’ambito di uno schema di funzionamento cogenerativo, riguarda solo 11 impianti, tutti situati al Nord. Tramite l’esercizio di questi impianti sono stati trattati, nel corso del 2007, 4,45 milioni di tonnellate di rifiuti costituiti principalmente da RUR (59,2%), da flussi da essi derivati (frazione secca, CDR) derivanti da trattamenti di tipo meccanico-biologico (25,1%) e, in misura minore, da rifiuti speciali (15,7%). Dal trattamento termico dei rifiuti sono stati prodotti nel corso del 2007 circa 2.834 GWh di energia elettrica e 757 GWh di energia termica, nonché circa 800.000 tonnellate di scorie - il cui recupero ha raggiunto una quota superiore al 50% - e circa 220.000 tonnellate di residui dal trattamento dei fumi.

Considerazioni finali
L’esame delle tecniche adottate nelle varie tipologie di impianti prese in esame ha mostrato un buon livello di sviluppo, sicuramente in linea con gli indirizzi delineati dai BRefs a livello europeo e dalle linee guida a livello nazionale riguardo alla applicazione delle BAT, ovvero degli standard tecnologici adottati in altre realtà dell’Unione Europea.
Il sistema è da considerarsi sicuramente “maturo” nelle regioni settentrionali ove si assiste ad una distribuzione generalizzata e abbastanza capillare delle varie tipologie di impianti di trattamento. Invece nel Centro-Sud appare evidente la carenza di impiantistica di trattamento di recupero energetico e, in misura minore, di compostaggio di frazioni selezionate. Oltre a ciò è da sottolineare che l’impiantistica presente nel Centro-Sud, anche quando non penalizzata da una minore capacità complessiva di trattamento, risulta caratterizzata dalla presenza di un numero inferiore di impianti sul territorio. Questi sono di taglia mediamente maggiore e inoltre presentano un “fattore di utilizzo” (rapporto fra quantitativi di rifiuti trattati e capacità di trattamento dell’impianto) e una resa in materiali recuperati (CDR, compost) inferiori rispetto a quelli riscontrabili nelle regioni settentrionali.
Sicuramente occorre riflettere sullo sviluppo dell’impiantistica di TMB finalizzata al trattamento dei RUR, alla luce del fatto che le frazioni in uscita presentano difficoltà di collocazione. Ancora oggi, secondo le informazioni e i dati raccolti, almeno una percentuale variabile tra il 15 e il 20% del CDR prodotto viene smaltito in discarica. Discarica che costituisce anche la destinazione principale della FOS, per la quale divengono sempre più pressanti le richieste di sbocchi alternativi, tra cui la più auspicabile risulta paradossalmente essere l’incenerimento con recupero energetico.
Proprio l’incenerimento con recupero energetico è la modalità gestionale più carente sotto l’aspetto della dotazione impiantistica, come confermato dall’ancora elevata incidenza dello smaltimento in discarica (51,9%), nei confronti della quale esso si pone come unica alternativa ambientalmente compatibile, nell’ambito di una gestione sostenibile dei rifiuti, così come ribadito dalla direttiva 2008/98/CE.

NOTE
1 E’ da rilevare che la definizione di “rifiuti urbani” non risulta univocamente individuata a livello europeo, fatto che rende molto spesso assai arduo effettuare confronti sui dati di produzione e sulle modalità di gestione in atto nei diversi Stati Membri. Ai fini del presente rapporto con tale accezione si intendono i rifiuti che provengono da un circuito di raccolta urbano e che comprendono sia quelli di origine domestica, sia quelli che sono ad essi assimilati o meno, così come individuati dall’art. 184 del decreto legislativo n. 152/2006. A seconda delle modalità di raccolta, i rifiuti urbani possono essere classificati in due distinte categorie riconducibili a quelli che sono oggetto di raccolta differenziata (RD) e quelli che non sono oggetto di tale operazione, identificati come rifiuti urbani indifferenziati o residui (RUR).

2 In accordo al principio delle Migliori Tecniche Disponibili (“Best Available Techniques”, BAT), definite sia a livello comunitario e nazionale, che nel termine “Tecniche” comprende le tecnologie impiegate e le modalità di progettazione, costruzione, manutenzione, esercizio e dismissione degli impianti.

3 In realtà i rifiuti che escono da impianti di trattamento di rifiuti urbani sono classificati per lo più come rifiuti speciali, per cui non sarebbero, a rigore, definibili come “impianti di trattamento di rifiuti urbani”. Una distinzione in tal senso risulta praticamente impossibile (si pensi, ad esempio ad impianti di recupero energetico che trattano RUR/CDR o impianti di TMB che trattano RUR/sovvalli) se non per impianti che trattano unicamente residui da altri trattamenti quali, ad esempio, gli impianti di recupero delle scorie di combustione, non presi in considerazione in questa indagine.

4 Proprio per il caso del recupero energetico è da sottolineare che la taglia è più correttamente individuata dal carico termico piuttosto che alla capacità ponderale; quest’ultimo valore, specie per impianti di non recente costruzione, può non rispecchiare l’effettiva potenzialità dell’impianto, a causa dell’incremento subito nel tempo

dal potere calorifico inferiore (PCI) dei rifiuti che comporta, conseguentemente, una riduzione delle effettive quantità di rifiuti trattabili.
5 Essenzialmente costituiti dall’incenerimento con recupero energetico, fatta eccezione dell’impianto di gassificazione installato presso la discarica di Malagrotta (RM), in fase di avviamento nel periodo dell’indagine.


APPELLO AL NUOVO CONSIGLIO REGIONALE DEL VENETO PER UN FUTURO SOSTENIBILE DEL TERRITORIO SENZA INCENERITORI ...  di Comitati Riuniti "Rifiuti Zero" di Treviso e Venezia e Rete Ambiente Veneto

Da millenni la natura ci fornisce il patrimonio necessario per la nostra vita e quindi è dovere di tutti non impoverire il territorio che ci ospita.

Per questo territorio, già pesantemente compromesso, tanto da essere uno dei siti più inquinati al mondo, abbiamo bisogno di amministratori che sappiano valorizzare le potenzialità del Veneto nel rispetto dei cittadini che vi abitano assumendosi la responsabilità di operare per una gestione del ciclo dei rifiuti in ottica del riciclo totale con attenzione alla prevenzione e al riuso.
E’ quindi necessario migliorare la percentuale di raccolta differenziata media del 53,9% attraverso l’attuazione della raccolta “porta a porta” in tutta regione, per ridurre la produzione procapite di rifiuti, ma soprattutto puntando ai livelli di eccellenza raggiunti da molti comuni del Veneto che hanno già superato la soglia dell’80%.
Inoltre, è urgente una nuova alleanza tra comitati di cittadini, istituzioni e imprenditori per giungere al riciclo totale dei rifiuti industriali perché se i rifiuti urbani in Veneto ammontano a 2,4mln di tonnellate l’anno, i rifiuti speciali sono 14,5mln di tonnellate: di questi 7,8mln sono i rifiuti speciali non pericolosi, già in gran parte avviati a recupero, ma ancora in attesa di un piano regionale che ne disciplini la gestione.
Dopo il blocco del precedente Consiglio Regionale i cittadini si aspettano un Piano Regionale dei Rifiuti Speciali che sia davvero innovativo e lungimirante nel quale si preveda la gestione ottimale delle risorse attraverso un ciclo produttivo che da un lato riduca al massimo gli sprechi e dall’altro realizzi beni di uso durevole, che fin dalla loro progettazione siano pensati in modo da essere restituiti all’ambiente senza comprometterne la vivibilità.
Se vogliamo che il Nord-Est continui ad essere punto di riferimento in materia di sviluppo dobbiamo orientarci con convinzione attraverso una gestione del ciclo dei rifiuti efficace ed efficiente abbandonando i modelli che prevedono l’incenerimento sinonimo di distruzione di materia con aggravio dell’inquinamento e pesante ipoteca sulla salute delle generazioni a venire.
Costruiamo questo nuovo Veneto facendo insieme un salto di qualità e non un salto nel passato.

Per COMITATI RIUNITI RIFIUTI ZERO DI TREVISO E VENEZIA (Paolo Piattaluga e Lucia Tamai), Per RETE AMBIENTE VENETO ( Michele Boato)
Rete Ambiente Veneto – Viale Venezia, 7 - 30171 Mestre
Tel/fax 041 935666
Comitati Riuniti – Via Leopardi 1/a – 31057 Silea
Cell. 320 2319451


E VAI CON LA SPORTA! ...  di Marco Boschini

E’ partita oggi la settimana nazionale “ Porta la Sporta”, sette giorni dal 17 al 24 aprile per abituarsi a utilizzare la borsa riutilizzabile abbandonando i sacchetti di plastica e monouso, come previsto dalla direttiva europea che dovrebbe arrivare anche in Italia nel gennaio 2011.
L’iniziativa, promossa da Associazione dei Comuni Virtuosi, WWF, Italia Nostra, FAI e Adiconsum, ha riscosso adesioni senza precedenti da oltre cento tra grandi e piccoli Comuni tra cui anche Milano, Trento, Trieste, Pordenone, Arezzo, Forlì, Cesena, 13 Provincie, decine di associazioni, enti e aziende di varia natura, oltre a singoli esercizi commerciali. Coinvolta anche la grande distribuzione, con oltre 2500 punti vendita in tutta Italia per insegne come Esselunga, Unes, Simply Sma, NaturaSì, Despar Triveneto e Provincia di Ferrara.

Moltissime le iniziative sul territorio, organizzate da enti locali e associazioni nelle piazze, nei mercati rionali, negli esercizi commerciali e anche nelle scuole. Si va da stand o azioni di informazione sui danni ambientali dei sacchetti in plastica e sulle soluzioni per porvi rimedio, ad attività manuali e creative come laboratori per grandi e piccoli di “cuci la sporta” o “decora la sporta”, in molti casi realizzati a partire da materiali di scarto o tessuti riciclati.

I laboratori, proposti tutto l’anno dal sito della campagna, sono stati molto apprezzati per le possibilità di aggregazione, interazione sociale, propagazione virale del messaggio su stili di vita non solamente possibili ma necessari, e hanno visto il coinvolgimento di ragazzi diversamente abili arricchendosi del valore sociale della solidarietà.

In alcune città, come Ferrara, agli stand di Porta la Sporta verranno distribuite borse riutilizzabili in cambio di sacchetti di plastica, mentre ad Arezzo il gruppo locale del WWF produrrà in diretta le sporte in collaborazione con Morsbag-ArezzoPOD e con l’Ipercoop locale che venderà le borse a prezzo scontato.

Iniziativa speciale per l’ambiente nella Provincia del Verbano Cusio Ossola, dove scuole, Comuni e cittadini sono stati coinvolti nella creazione di borse, anche attraverso laboratori itineranti all’interno di centri commerciali della provincia. Chiunque invierà la foto della propria borsa all’indirizzo cucilaborsa@gmail.com , contribuirà a una raccolta fondi destinata all’Ente Parchi Lago Maggiore per ripulire dai rifiuti il Canneto di Fondotoce. La Provincia infatti destinerà 2 euro per ogni foto ricevuta all’Ente Parchi.

Adesione “permanente” alla campagna per una libreria di Roma, specializzata per bambini e ragazzi, che aggiunge l’opzione “a rendere”: a chi non ha la sporta, la presteranno loro con una caparra di 1 euro che verrà restituito al successivo incontro.

Ha detto Silvia Ricci, coordinatrice della campagna Porta la Sporta: “Oltre a essere come comitato organizzatore, estremamente soddisfatti sul livello generale di adesioni ricevute, riteniamo che il fiore all’occhiello nella riuscita di questo evento sia stata una partecipazione senza precedenti di insegne della grande distribuzione come Esselunga, Unes, Simply Sma, NaturaSì, Despar Triveneto e Provincia di Ferrara, che hanno messo in campo una comunicazione impeccabile ed efficace verso i propri clienti attraverso esposizione di locandine e diffusione dello spot “Porta la Sporta” tramite i circuiti radio nei punti vendita, inserimento della notizia nei propri siti e depliant pubblicitari.”

“Ci auguriamo – continua Silvia Ricci di Porta la Sporta – che questo risultato sia il segnale di un progressivo aumento della sensibilità ambientale e di responsabilità sociale nelle aziende del retail, e che questa prerogativa possa portare alla creazione di future sinergie con il mondo aziendale.”

Grande successo anche per il sito web www.portalasporta.it che oltre a dare tutti i dettagli dell’iniziativa, fornisce a chiunque ne avesse bisogno consigli, materiali e strumenti per organizzare azioni e campagne di comunicazione ambientale a costi minimi, ed è un prezioso strumento per lo scambio di esperienze e il racconto delle “buone pratiche” già in atto sul territorio italiano, diventando una vera e propria piattaforma di confronto tra attori che condividono gli stessi obiettivi e le loro esperienze.


 

LE 10 RISPOSTE DI VARDANEGA ...  di Lucia Tamai Associazione ALISEI - Silea

Da cittadina di Silea ricordo che quasi 5 anni fa Unindustria Treviso ha presentato in Regione il progetto per la realizzazione di due impianti per la distruzione di 250mila tonnellate ciascuno di rifiuti industriali, senza alcuna condivisione con il territorio e al di fuori di ogni logica di programmazione.

Il Veneto, infatti, oltre a non avere un Piano Energetico manca anche del piano dei Rifiuti industriali tanto che la Regione stessa, fin dal 2007, ha subordinato il pronunciamento all’approvazione del nuovo piano dei rifiuti industriali.

Non è pertanto comprensibile l’attacco al Sindaco i Silea che ha il torto di interpretare correttamente le disposizioni Regionali oltre che e il volere della cittadinanza di Silea unitamente a quella di altri 7 consigli comunicali contermini in rappresentanza di oltre 90.000 cittadini.

Se Unindustria afferma di essersi assunta una responsabilità nei confronti della imprese non può dimenticare che questo territorio ha dato tantissimo allo sviluppo di questa economia, forse troppo, considerata la moltitudine di capannoni inutilizzati che hanno cementificato il suolo unicamente a scopo speculativo.

E’ anche per questo motivo che i cittadini si aspettano dai politici e dagli imprenditori locali una nuova gestione del territorio, che tenga in debito conto il principio di precauzione, ricordiamo che gli inceneritori sono definiti per Legge impianti insalubri di prima classe, ma soprattutto che si operi in termini di sostenibilità allontanando un progetto di distruzione di materie prime che stiamo via via esaurendo.

Se vogliamo che il nord est continui ad essere un punto di riferimento in materia di sviluppo dobbiamo abbandonare i modelli di Vienna e Brescia, orientandoci con convinzione verso il riciclo totale dei rifiuti, attraverso una attenta sensibilizzazione dei cittadini ma soprattutto attraverso una produzione innovativa e lungimirante che preveda una produzione priva di scarti e completamente riciclabile.

Questo dovrebbe essere il ruolo della nuova imprenditoria che vuole riscattarsi del consumo indiscriminato di territorio operato finora senza pretendere di calare sul territorio delle opere nate gia vecchie, negli Stati Uniti non vengono più costruiti inceneritori dal 1985, che a distanza di 5 anni ancor più obsolete. Mi creda dott. Vardanega, a ben pensare, il problema rifiuti esiste unicamente per l’incapacità di gestire efficacemente il ciclo produttivo.

I cittadini di Silea, Mogliano Veneto e tutta la provincia di Treviso, a cui Lei vuole portare dei vantaggi, si aspettano dagli imprenditori un doveroso salto di qualità e non un salto nel passato.

Lucia Tamai Associazione ALISEI - Silea


VOGLIA DI PULIZIA ...  di Sonia Toni

Viviamo in un mondo sporco; un mondo che abbiamo insozzato con una lena tale da far invidia all’industriosità delle formiche e delle api. Le noste città non sono mai state così sporche, così pericolosamente sporche a causa dell’aria irrespirabile, dei corsi d’acqua che sono ormai cloache a cielo aperto, dell’asfalto che ogni giorno rigurgita quintali di sostanze tossiche buttate fuori dal passaggio delle auto, dal calore del sole, dalla temperatura impazzita.
I nostri bambini sono sempre più ammalati, più rincoglioniti davanti a tv e computer, più aggressivi a causa di una società nella quale non riescono a liberare e manifestare la loro creatività e le cui famiglie si rivolgono sempre di più a psicoterapeuti dell’età evolutiva che non evolve da nessuna parte, a pediatri impotenti, a preti o santoni che non hanno più risposte credibili. Le generazioni che vanno dai 35 ai 60 anni e oltre, possono ancora raccontare cosa significa trascorrere l’infanzia all’aria aperta, a contatto con una natura che, anche nelle grandi città, non mancava di esistere e regalare il proprio abbraccio a chiunque. Oggi lo spazio vitale si è pericolosamente ristretto e questo benessere inteso come un traguardo importante nel cammino evolutivo dell’uomo, si è dimostrato essere uno strumento che l’uomo stesso non è in grado di gestire in maniera intelligente ed è per questo, diventato un’arma distruttiva.
Si stava meglio quando si stava peggio? Certamente no ma l’essere umano del dopo guerra, ammalato di povertà materiale, è diventato poverissimo moralmente e da questa povertà morale allo sviluppo di tanti disturbi e malanni anche psico fisici, il passo è brevissimo.
La pulizia è un fatto interiore; nasce dall’impulso a volersi sentire a proprio agio con se stessi fino a creare quelle condizioni indispensabili che ci consentono poi di relazionare positivamente anche con gli altri.
Il concetto di morale è strettamente connesso al senso dell’ordine e si perde nella notte dei tempi poichè si rivela indispensabile al corso della vita stessa. L'ordine è un pilastro che sostiene la nostra esistenza; se viene a mancare, cadiamo come sacchi vuoti.
Abbiamo un estremo bisogno di fare pulizia, prima di tutto dentro di noi e poi fuori.
Chi detiene il comando, chi governa dovrebbe dare il buon esempio, invece, spesso si comporta come le governanti scansafatiche che, quando nessuno guarda, nascondono la mondezza sotto al tappeto, un tappeto che però si è gonfiato a dismisura ed è scoppiato disperdendo l'immondizia ai quattro venti. La pulizia morale porterebbe inevitabilmente anche a vivere in un ambiente pulito perchè chi è pulito dentro non sporca nemmeno fuori.
Nonostante l'abbondanza di saponi e profumi di ogni tipo, la cosiddetta "civiltà dei consumi" è una civiltà sporca. Le industrie sporcano, le trivelle e le raffinerie del petrolio, sporcano, gli inceneritori sporcano, il traffico sporca, il nucleare sporca e tutta questa sporcizia ammala e uccide. E non c'è dubbio che la sporcizia materiale, sia la fotocopia di quella morale.
E pensare che di fronte a questa emergenza mondiale, c'è chi ritiene che la quantità di rifiuti sia direttamente proporzionale al livello di civiltà raggiunto; come se le montagne di rifiuti fossero un marchio di qualità.
Chissà, forse anche tutte le malattie e malformazioni dovute alle emisisoni tossiche dei vari inceneritori, traffico, raffinerie, cementifici e quant’altro, sono un simbolo di civiltà, sì ma quale civiltà? Quelle del passato hanno lasciato segni di grandezza tuttora apprezzabili ma la nostra, cosa si lascerà alle spalle? I monumenti alle raffinerie? Le ciminiere degli inceneritori? I fossili di animali estinti per cause antropiche? E gli alpinisti del futuro scaleranno le montagne di carcasse di computer e cellulari?
La gestione dello smaltimento dei rifiuti è un business miliardario sul quale le multinazionali del settore, quotate in Borsa, si avventano come avvoltoi succhiandoci soldi e salute; e pensare che basterebbe produrne di meno, riciclare e riutilizzare il resto e già mezzo mondo sarebbe più pulito ma noi, vogliamo veramente la pulizia o siamo come quegli uomini di cui raccontava Gesù e dei quali diceva che, alla stregue di maiali, una volta ripuliti non vedono l’ora di tornare a rotolarsi nel fango?
Ai presenti l’ardua sentenza.


«COSÌ L’INQUINAMENTO MODIFICA IL GENOMA» ...  di Valerio Ceva Grimaldi

Ernesto Burgio, coordinatore del Comitato scientifico di Isde Italia, l’associazione dei medici per l’ambiente affiliata all’International Society of Doctors for the Environment, gira da anni il Paese per illustrare le nuove frontiere del dna, ed in particolare il fondamento scientifico delle modifiche del nostro programma genetico.
Secondo molti scienziati sono alcuni fattori esogeni (inquinanti chimici, virus, radiazioni ionizzanti) a determinare una sorta di stress genetico, che nel giro di alcuni anni o decenni si traduce in vere e proprie mutazioni. Piuttosto che spendere ingenti somme nel settore sanitario solo per le cure, i medici e ricercatori dell’Isde indicano dunque da decenni la strada obbligata della prevenzione primaria: meglio evitare di costruire un impianto inquinante e inutile piuttosto che ignorarne le ricadute ambientali ed esser poi costretti a curare chi ne subisce gli effetti nocivi. In altre parole: meglio cominciare a combattere le cause dei tumori invece di puntare esclusivamente su cure costose e troppo spesso tardive.
Terra ha incontrato Burgioo a Napoli. Nella giornata in cui molti Comuni hanno bloccato la circolazione alle auto per provare a contrastare i livelli di inquinamento atmosferico, le sue parole appaiono come un appello accorato alla comunità scientifica e alla società verso un’evoluzione culturale dell’approccio al legame tra salute ed ambiente.

Lo schema delle mutazioni casuali del dna è ancora valido?
Siamo dell’idea che quantomeno debba essere aggiornato. Il punto chiave è: queste mutazioni sono stocastiche (cioè casuali, legate a una sorta di usura del dna, imprevedibili e non prevenibili) o sono il prodotto di uno stress epigenetico prolungato che poi si trasforma in danno genetico? In questo secondo caso la prevenzione primaria diventa fondamentale. E allora sì che il cancro diventa una malattia prevenibile. Numerosi fattori ambientali, infatti, possono agire su diverse componenti della cellula: sui recettori, sull’assetto epigenetico del dna (sul “software”, per così dire) o sulla stessa sequenza-base del dna, modificandola.
Il particolato ultrafine, i metalli pesanti provocano una sorta di stress genetico, che dopo mesi o anni, attraverso un processo complesso e sistemico, provoca la trasformazione delle cellule e dei tessuti interessati. Il cancro deve essere visto come il prodotto finale di un lungo percorso di condizionamento e trasformazione della segnaletica intercellulare. Vari gruppi di ricerca studiano da anni per comprendere in che modo i vari inquinanti possano cambiare il micro-ambiente uterino, interferendo sull’assetto epigenetico dei tessuti fetali (in pratica sulla programmazione fetale di organi e tessuti) nei primimesi dello sviluppo.

Qual è il concetto di stress epigenetico?
La storia nasce trent’anni fa quando il professor Tomatis, uno dei più famosi oncologi europei, che per oltre dieci anni ha diretto la Iarc (l’Agenzia europea di ricerca sul cancro) e che per quasi 20 anni è stato il direttore scientifico di Isde, studiando alcuni casi drammatici di bambine che si erano ammalate di cancro a causa dell’esposizione delle loro madri al Des (un farmaco dotato di attività estrogenica) capì che all’origine del cancro poteva anche esserci una modifica specifica del genoma che non si configurava come mutazione casuale del dna, ma appunto come “marcatura” specifica, trasmissibile da una generazione all’altra. Allora non si sapeva ancora nulla sull’epigenoma.
Oggi sappiamo che il dna non è una molecola semplice, una sequenza lineare come si pensava allora. Sappiamo che si tratta di un network incredibilmente complesso e sofisticato di molecole: la parte più dinamica, che si chiama appunto epigenoma, viene continuamente indotta, modulata, trasformata dall’ambiente. L’esposizione continua del nostro dna a un inquinamento sempre più capillare, e in particolare a metalli pesanti, particolato ultrafine, ai cosiddetti distruttori endocrini, modella quest’epigenoma nel lungo periodo e crea le premesse alle mutazioni genetiche che danno poi i tumori. Questo è un dato scientifico sempre più dimostrato e diventa sempre più la base di una nuova visione della cancerogenesi, e più in generale del modo in cui si vengono a determinare le malattie, a partire dall’embrione.
Diventa così fondamentale ragionare in termini di prevenzione, da un lato riducendo l’inquinamento ambientale, soprattutto nelle nostre città, e dall’altro limitando l’esposizione delle mamme e del feto.

Qual è la situazione dei tumori dell’infanzia?
Un bambino su 5-600 nel mondo occidentale va incontro a una patologia neoplastica: è la seconda causa di morte nell’infanzia dopo gli incidenti, la prima per patologia nei bambini. Non si tratta quindi più di una patologia “rara”.
Nel 2004 la rivista Lancet ha pubblicato una prima panoramica di questi dati dimostrando come in tutta Europa vi sia un incremento annuo dell’1,2% dei tumori infantili, con un incremento ancora maggiore nel primo anno d’età. Nel 2006 l’European Journal of Cancer ha pubblicato un numero monografico che è andato più a fondo: ha registrato un incremento annuo dell’1,5-2% per alcune forme neoplastiche e in particolare per i linfomi non Hodgkin e per alcuni sarcomi maligni, considerati da alcuni studiosi come malattie “sentinella”, sintomatiche di un’esposizione ambientale ad alcuni grandi impianti, come gli inceneritori. Ma anche le leucemie e i tumori del cervello sono in costante aumento. Alcuni studi epidemiologici hanno considerato tra i principali fattori ambientali implicati anche i campi elettromagnetici legati all’uso dei cellulari.
E in Italia i dati sono ancora più preoccupanti. Nel nostro paese abbiamo 175 casi/anno per milione di abitanti, rispetto ai 158 degli Usa e ai 140 della media europea.
Ma soprattutto abbiamo un incremento annuo del 3% nel primo anno d’età. è importante capire il significato di questo dato: non è tanto l’esposizione del bambino il problema, bensì quella delle loro madri, e talvolta anche dei padri (e se sono danneggiati i gameti si può anche temere in una propagazione transgenerazionale del cancro). Ancora più significativo il dato sull’incremento dei linfomi: se in Europa è dello 0,9%, in Italia è addirittura del 4,6 annuo! Alcuni ricercatori dell’Environmental Health Institute hanno calcolato che nei primi 2 anni di età abbiamo un incremento 8 volte superiore a quello atteso.
E questo aumento non può che riflettere l’esposizione genitoriale a numerosissimi fattori ambientali cancerogeni o pro-cancerogeni.

Ci sono già degli studi che collegano i fattori ambientali alle modificazioni del dna?
Nel 2005 alcuni biochimici hanno disegnato una sorta di processo in cui dei tags, delle segnature epigenetiche in alcuni punti chiave del genoma sotto stress perché esposto a cancerogeni, finiscono per diventare le marcature che aprono la strada alle vere e proprie mutazioni genetiche. Ecco il punto chiave: se noi possiamo dimostrare che le marcature epigenetiche prodotte da uno stress ambientale avvengono negli stessi “punti caldi” in cui, dopo mesi o anni, si vengono a determinare le mutazioni genetiche, è evidente che il processo di cancerogenesi si configura come una sorta di work in progress reattivo-adattativo. Molte di queste modifiche avvengono quando un tessuto è esposto ad agenti inquinanti.
E appare sempre più chiaro che a degenerare non sono le cellule adulte ma soprattutto le cellule staminali dei vari tessuti, che sono esposte a una continua sollecitazione, perché costrette a riparare lesioni e danni. Un simile stress epigenetico è stato documentato a seguito di una esposizione protratta a dosi infinitesimali di metalli pesanti come il nichel e il cromo. è proprio questa esposizione continua a quantità minimali ad aprire la strada alle alterazioni genetiche. è stato dimostrato che, nei luoghi in cui c’è stata una esposizione prolungata a sostanze tossiche, genotossiche o epi-genotossiche come nel caso di Seveso (diossina), questo stress si traduce con grande frequenza, anche in soggetti apparentemente normali, in specifiche lesioni cromosomiche, le traslocazioni, che sono tipiche di leucemie e linfomi. Anche questo dato deve essere compreso: significa che le traslocazioni rappresentano un tentativo delle cellule di reagire all’inquinamento, di correre ai ripari mediante modifiche del proprio assetto genetico o cromosomico che permettano loro di proliferare per sostituire le cellule danneggiate. Ma è evidente che se la situazione di inquinamento e stress genetico si protrae, la modifica può diventare definitiva e pericolosa.

La chiave è la prevenzione?
è giustissimo fare la prevenzione secondaria. Ma prima Tomatis, per decenni, e adesso noi cerchiamo di affermare con forza che la vera prevenzione è solo quella primaria. Ridurre l’esposizione delle mamme in gravidanza, dei bambini, del feto che attraverso la placenta può essere “bombardato” da centinaia di sostanze tossiche, dovrebbe essere la prima regola.
Il vero problema è che tutte queste cose le mamme non le sanno. Per cui si continuano a vedere tutti questi bambini nei loro passeggini in giro per le città esposti al particolato fine, ai metalli pesanti, agli idrocarburi aromatici, al benzene come se tutto questo fosse un determinante secondario della loro salute. Tutto questo è una follia che va avanti da decenni. I metalli pesanti, il particolato ultrafine, che vengono prodotti dal traffico veicolare, dagli inceneritori e da altri grandi impianti vengono spesso sottovalutati nei loro effetti. Le sostanze che vengono prodotte da qualche parte devono pur andare a finire: nell’ambiente, in ultima analisi nell’atmosfera (venendo respirate) e nella catena alimentare (e quindi ingerite). è questo inquinamento di base che va combattuto.

Un esempio concreto?
L’inceneritore di rifiuti, che produce un’enorme quantità di particolato ultrafine e di metalli pesanti, nonché di diossine. I nuovi impianti, cosiddetti termovalorizzatori, riescono a bloccare una parte di quest’inquinamento, soprattutto le grandi molecole e in parte le diossine, ma riducono solo in minima parte l’immissione in ambiente di metalli pesanti e particolato ultrafine, che sono gli inquinanti in assoluto più pericolosi.
I filtri non possono fermare l’immissione di un particolato a 0,1 micron. Per cui, se è vero che non si può evitare di costruire impianti necessari, come le centrali termoelettriche, bisognerebbe almeno cercare di farle funzionare con combustibili meno tossici come il gas naturale, piuttosto che a carbone. Per quanto riguarda gli inceneritori, non ha davvero più alcun senso bruciare milioni di tonnellate di materiali preziosi, riciclabili e riutilizzabili, per produrre e immettere in ambiente sostanze cancerogene. Come diceva il nostro indimenticabile direttore scientifico, il professor Tomatis, “le generazioni future nonce lo perdoneranno”


BUON APPETITO !!! ...  di Dario Cambiano

Procuratevi un digestivo. O, meglio, leggete questo libro (Il mondo alla rovescia, di Michele Buono e Piero Riccardi, Edizioni per la Decrescita Felice) lontano dai pasti. Perché, per quanto le intenzioni dei due autori siano delle migliori, e un libro molto indigesto.
Buono e Riccardi sono due collaboratori di Report, la bella trasmissione che va, in onda su Raitre, e questo libro è la trascrizione, integrata con varie interviste, di tre loro inchieste sul cibo italiano, sull’agricoltura industriale e su quanto può creare un cambiamento virtuoso la scelta della coltivazione - e soprattutto dell’acquisto - del cibo biologico.
Michele Buono ci prova, a non scrivere uno dei soliti libri catastrofisti, in cui si elencano in modo sempre più disarmante i danni che I’uomo è riuscito a fare alla natura: imposta il libro elencando un florilegio di buone intenzioni, vale a dire quanti nel mondo stanno adottando comportamenti virtuosi, dai mini impianti fotovoltaici che si collegano tra di loro alle reti di scambio energetico, dalle lavatrici che si accendono solo quando la centrale elettrica segnala di essere “carica” alle aziende che si pongono l’obiettivo delle “zero emissioni”. E lo raggiungono.
Una prima parte di libro entusiasmante, la descrizione di una lenta, silenziosa ma gioiosa crescita verso il rispetto del Bene Comune, verso la Ecocompatibilità, verso la Decrescita Felice (come quella degli editori di questo libro).
Poi però arriva la seconda parte, curata da Piero Riccardi, E qui, il nostro sorriso felice si piega in una smorfia di sconforto: perché Riccardi fa i conti delle emissioni di gas serra, e punta il dito sulla agricoltura industriale. Come in una arringa da trial movie Riccardi elenca i capi d’accusa: la produzione di cibo a migliaia di chilometri dal luogo di consumo, il largo e sempre più esteso uso di primizie e ortaggi fuori stagione, che richiedono tecniche di coltura devastanti, le colture industriali come quelle di mais e di soia, che, transgeniche o no, comportano l’utilizzo di diserbanti, fertilizzanti chimici e antiparassitari per un peso che ari-iva alla mezza tonnellata per ettaro. Cifre sconfortanti. Di fronte alle quali l’appetito non può che passare, Ma il colpo di grazia, in questa corrida alimentare in cui noi poveri consumatori finali, come tori arrabbiati ma impotenti, corriamo da un supermercato all’altro, il colpo di grazia dicevo Riccardi ce lo dà in fin di libro, mettendoci sotto gli occhi le cifre spaventose del consumo di carne bovina: 85 chili l’anno per ogni italiano (siccome io sono vegetariano c’è qualcuno che ne mangia 170 chili…).
Avete presente quanti ettari di terra “consuma” letteralmente, nel senso che impoverisce, depaupera, una tale quantità di carne? Avete presente quanto CO2 emette un allevamento industriale?
Forza, coraggio, aprite le pagine finali di questo libro. Libro che costa 13 euro. Una sera, invece di andare a mangiare una pizza, regalatevelo. E, dopo letto, mettetelo sul piatto di qualche vostro amico. Per cena. Buon appetito!


MUSEO DEL RICICLO, LA CULTURA DEL RIUSO E' ON LINE ...  di Andrea Boretti

Da una bottiglia rotta possono nascere palette, vasi, caraffe e altri oggetti di design Che la spazzatura non andava semplicemente buttata in discarica o bruciata, che tutti gli scarti derivati dal nostro consumo estremo non dovessero essere sotterrati o peggio, lo sappiamo da tempo. Il riciclo, cioè il riuso delle materie prime, nell'epoca dei prodotti "usa e getta" sembra sempre però una grossa utopia: come si recuperano e si riusano i componenti di una lampadina, il suo vetro, i suoi fili, il suo metallo? L'impressione che ne ha il semplice "consumatore" è che il lavoro da fare costi più del risultato, la realtà, invece, è che i vantaggi in termini di costi ambientali sono enormi.
Per questo motivo, Ecolight lancia Il Museo del riciclo, un progetto che attraverso l'arte mira a sensibilizzare verso la "buona pratica del riciclare". Ecolight è un consorzio che si occupa dal 2004 di recupero e smaltimento dei RAEE (Rifiuti da Apparecchi Elettrici ed Elettronici) e in quanto esperta del settore ha voluto con questa sua iniziativa farsi portatrice di una cultura, quella del riclico, che è un vero e concreto sostegno all'ambiente.
Ma cos'è il Museo del riciclo? Il Museo del riciclio è un portale internet, "una vetrina aperta a tutti, aperta ai 'consumatori' come ai 'creatori'. Il Museo infatti si propone di raccogliere le testimonianze di coloro che, attraverso un'idea, danno nuova vita agli oggetti 'da buttare'. Il risultato può essere un quadro o un'istallazione, un oggetto di design o uno strumento musicale, oppure ancora una maglia da indossare. La creatività non sembra conoscere limiti quando si tratta di reinventare un oggetto destinato alla discarica: tra provocazioni, soluzioni di arredo e vere opere d'arte, il 'riciclo' trova spazio in moltissime forme e risultati".

Con delle latte, dei manici di scopa e delle corde di acciaio armonico nasce Barattolerio, uno strumento musicale che prende ispirazione dal Cimbalon utilizzato dai Rom in Ungheria e Romania
Così se da una bottiglia rotta possono nascere palette, vasi, caraffe e altri oggetti di design, con delle latte, dei manici di scopa e delle corde di acciaio armonico nasce Barattolerio , uno strumento musicale che "prende ispirazione dal Cimbalon utilizzato dai Rom in Ungheria e Romania."
L'idea, tolto il fatto di farne una mostra online, non è in realtà particolarmente innovativa. I nostri nonni e i nonni dei nostri nonni hanno giocato per generazioni con giocattoli fatti con materiali di scarto, così come ancora oggi, nei paesi africani, si creano statue con bulloni e pezzi di ferro, motociclette dalle lattine di latte in polvere e altri soprammobili dal legno e dai fondi di bottiglia. La triste considerazione è però forse che l'innovazione sta nel proporre un'attività del genere nell'Italia del 2010 in cui la cultura dello spreco è ormai caratteristica praticamente di ogni settore. Ecco perché il riciclo nelle intenzioni Ecolight deve diventare un pratica familiare e creativa. Insomma, prendi i tuoi vecchi peluche, le tue lampadine, la catena di una bicicletta o una bottiglia rotta, e con questi crea qualcosa di nuovo, il risultato come dimostrano gli artisti che al momento popolano il Museo del riciclo, sarà sorprendente. Questo è forse il vero significato di creare: prendere qualcosa di morto, di finito, di inutile e riusarlo, usarlo nuovamente, riciclarlo insomma, dandogli così un nuovo senso e, infine, una nuova vita.


 ECOBANK®, IL FUTURO DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA ...  di Salvina Elisa Cutuli

ECOBANK® gestisce la raccolta in grandi quantità di pet, alluminio e acciaio
Carlo Venturato, come nasce ECOBANK®?

L’idea nasce prevalentemente dall’esigenza di risolvere una problematica. Noi ci siamo approcciati al mercato come un’azienda che risolve dei problemi, da delle soluzioni tecnologiche e innovative basate sulla ricerca. Era necessario gestire il grande volume di rifiuti generati dalla produzione di plastica, quindi Pet, e non solo di smaltirli, ma anche di riutilizzarli. Il Pet, infatti, è un prodotto che ha valore sul mercato e viene riutilizzato nella fase di trasformazione di prodotto per produrre tessuti di uso comune come il pile o tessuti utilizzati nel campo dell’edilizia. Abbiano introdotto nel mercato questa postazione automatica che è ECOBANK® che gestisce appunto la raccolta in grandi quantità di pet, alluminio e acciaio, quindi tutte quelle categorie di prodotti legati all’imballo delle bevande.

Il modello è replicabile in tutta Italia?
Naturalmente il modello è replicabile dappertutto. Quest’anno abbiamo presentato ECOBANK® ad
Ecomondo 2009 ed Ecolife di Biella ed è stato un successo veramente importante. Abbiamo avuto l’interessamento di più regioni per quanto riguarda l’adozione di questo tipo di soluzione. Il Piemonte è stata la prima regione a credere nel progetto nel senso che aveva, magari più di altri, una maggiore sensibilità nel risolvere questo problema e ha voluto da subito partire con due progetti pilota, uno ad Alessandria ed uno a Valenza. Questi due progetti stanno andando al di sopra delle aspettative e anche al di sopra delle proprie potenzialità. Una postazione situata a Valenza ed una ad Alessandria cominciano a diventare poche, stanno strette, c’è la coda di persone – naturalmente allettata dal bonus che viene erogato e che è spendibile nella grande distribuzione – che vuole conferire l’imballo. Lo stiamo proponendo anche alle altre regione in maniera tale che vengano a conoscenza del progetto e della sua replicabilità.

Sempre in Piemonte, infatti, stanno partendo altre installazioni, una a
Candelo in provincia di Biella e un’altra a Vinariareale. Queste due postazioni ECOBANK® sono molto particolari perché si integrano in maniera sinergica con quelle che sono le attività comunali delle località in questione. A Candelo ECOBANK® è messa in relazione con la fontana pubblica attivata dal comune dove il cittadino può prelevare al costo di 0,5 centesimi, invece dei 20/30 centesimi a bottiglia al supermercato, acqua naturale e frizzante purificata e filtrata. ECOBANK® è localizzata proprio di fronte questa fontana pubblica; qui l’utente porterà gli imballi in pet e alluminio, riceverà un bonus di 0,2 centesimi ad imballo per questo tipo di servizio, che scaricherà in una chiavettina elettronica, la stessa che si usa per prelevare l’acqua dalla fontana. Si elimina così la plastica conferendola su ECOBANK® e si utilizza del vetro per portare a casa l’acqua della fontana pubblica.

C’è la coda di persone – naturalmente allettata dal bonus che viene erogato e che è spendibile nella grande distribuzione – che vuole conferire l’imballo
A Vinariareale, invece, ECOBANK® è stata interfacciata con una card multiservizi che gestisce tutta una serie di sevizi comunali, dal tram ai parcheggi pubblici, dalle farmacie alle mense scolastiche, dalle piscine al bikesharing. Ogni cittadino di Vinariareale ha una card prepagata personale con cui può usufruire di tutti i servizi all’interno del circuito comunale. A Vinariareale l’utente che conferisce gli imballi in plastica e in alluminio in una delle due postazioni ECOBANK® esistenti riceve dei crediti in euro registrati all’interno della card e spendibili dal cittadino all’interno del circuito dei servizi comunali.
Come pensate nella pratica di riproporlo? Pensate di fare tutto da soli o avete bisogno di un aiuto?
Naturalmente ci vuole la sensibilità delle amministrazioni pubbliche, dal vertice – e il nostro referente principale è la regione – fino ad arrivare alla provincia o ai singoli comuni. In realtà è il comune ad essere più sensibile a questo tipo di problema perché gestisce la raccolta dei rifiuti al livello territoriale. La regione può rendere suo il progetto inserendolo all’interno del piano regionale di raccolta di rifiuti. ECOBANK® non è una postazione che vuole sostituirsi ai sistemi già esistenti, ma va ad integrarsi a quelli già in uso.

I due progetti pilota come hanno funzionato a livello di modello?
Da subito abbiamo avuto l’interessamento dei due consorzi che gestiscono la raccolta dei rifiuti che hanno sposato in pieno il progetto; per tale motivo sono state scelte queste due città, come luogo per istallare queste due macchine, in collaborazione con la regione Piemonte. ECOBANK® non ha bisogno di grande lavoro per essere istallata, è una
postazione automatica quindi un vero e proprio computer che accetta le bottiglie, li riconosce, li divide per qualità e tipologia di materiale, le compatta riducendo il volume dell’imballo e lo stocca in grandi quantità in strutture che stanno sotto la macchina, in strutture seminterrate. La macchina poi quando ha raggiunto un livello di concretezza dei serbatoi manda un sms o una mail al consorzio o agli addetti allo svuotamento che programmano la gestione della macchina. Si tratta dunque di una macchina che non ha bisogno di grande manutenzione o di un apporto umano, è completamente automatica.
A Valenza e ad Alessandria sta funzionando al di sopra delle nostre aspettative. Avevamo pronosticato di raggiungere livelli di 2000/3000 imballi al giorno e siamo arrivati a 6000
A Valenza e ad Alessandria sta funzionando al di sopra delle nostre aspettative. Avevamo pronosticato di raggiungere livelli di 2000/3000 imballi al giorno e siamo arrivati a 6000. D’estate quando c’è un consumo maggiore di bevande raggiungiamo anche i 7000 imballi giornalieri; ogni materiale che viene raccolto può essere stoccato in grandi quantità sotto la macchina (che viene svuotata una volta al giorno) e questo stoccaggio raggiunge le 5000 bottiglie al giorno per tipologia. Sono 6 mesi che funzionano e abbiamo raccolto 500.000 imballi. Ad Ecomondo abbiamo presentato ECOBANK® ai due consorzi che gestiscono la raccolta di questi materiali sia Corepla che Cial e tutti e due hanno avvallato questo progetto sostenendo che molto probabilmente si tratterà di una soluzione futura per la gestione della raccolta abbattendo drasticamente diversi costi.

Qual è, infatti, il rapporto tra costi e ricavi?
Sicuramente positivo per quanto riguarda il risparmio. ECOBANK® è una soluzione che va ad integrarsi su un sistema già esistente, va ad integrarsi come sistema di aiuto nella raccolta di gestione degli imballi in plastica. Quando facciamo la raccolta dei rifiuti, quando si divide la plastica all’interno del contenitore si butta di tutto, bottiglie, imballi di polistirolo… questo sacco esposto all’esterno delle nostre abitazioni verrà poi prelevato dal servizio di raccolta locale. Prima di andare al riutilizzo va in un impianto di selezione del materiale; ci sono quindi dei
costi di raccolta, come nel caso del camion che gira con il personale che fa la raccolta, e costi di selezione, come nel caso di un grande impianto dove, con un nastro trasportatore viene rotto il sacchetto e vengono estratti e differenziati i vari materiali. Dal sacchetto dove c’è il nostro materiale viene recuperato solo il 30/40%. Le fasi di lavorazione nella lavorazione di raccolta differenziata della plastica sono dunque molto costose anche perché si tratta un materiale che ha grande volume e poco peso. Noi volevamo ridurre i costi di questo approccio alla raccolta differenziata. L’utente portandoci l’imballo – già è un risparmio perché non dobbiamo raccoglierlo – riceverà un bonus per il conferimento di questo materiale che non avrà bisogno di essere selezionato perché la selezione è stata già fatta. La macchina fa una successiva suddivisione per tipologia. Il materiale raccolto viene portato negli impianti di trasformazione per essere lavorato. Si risparmiano così tutti quei costi legati alla raccolta e alla selezione.

A proposito di questi bonus, avete alleanze con strutture commerciali es. Coop, centri commerciali, supermercati...?
Naturalmente si. Sia a Valenza che ad Alessandria sono stati stipulati delle convenzioni dove è possibile scaricare il bonus che si matura conferendo le bottiglie. Sono stati scelti due supermercati locali, una Coop e un costa poco che è un supermercato che serve un quartiere dell’alessandrino. Queste due realtà sono entusiaste del progetto perché hanno
fidelizzato dei clienti che, conferendo gli imballi all’interno di ECOBANK®, possono scaricare il bonus solo all’interno di questi due supermercati. Il cliente che conferisce gli imballi può andare a fare la spesa solo lì.

ECOBANK® è una soluzione che va ad integrarsi su un sistema già esistente

Cosa accade dopo la raccolta?
Questo materiale è un materiale di qualità sottoposto ad una prima selezione da parte dell’utente seguita da un riconoscimento dell’imballo, da parte ECOBANK®, in base al codice a barre che sta nella confezione del prodotto. Ciò che la macchina non riconosce viene scartato. Dopo i rifiuti vengono compressi e stoccati in grandi quantità e per tipologia: pet trasparente, pet colorato, alluminio e acciaio in tre contenitori diversi. Questo materiale poi una volta che viene prelevato dal gestore della raccolta rifiuti viene portato alla lavorazione/trasformazione. E’ dunque una catena molto corta. C’è pure un altro
vantaggio. Le macchine ECOBANK® vengono posizionate prevalentemente al di fuori dei centri commerciali, quindi in un unico viaggio l’utente va a conferire gli imballi e poi va al supermercato a fare la spesa. È così che ECOBANK® si inserisce nella raccolta differenziata di qualità abbattendo drasticamente i costi.



DISCARICA TERRA: ALTRI DIECI ANNI DI RIFIUTI DA SITI CONTAMINATI. ...  di Mario Dalle Carbonare e Mario Zanardo di Paeseambiente

Discarica TERRA: altri dieci anni di rifiuti da siti contaminati.
La giunta di Paese se ne lava le mani, il sindaco Pietrobon peggio di Ponzio Pilato: «prendetevela con la provincia!».

Con il decreto 616 del 24 novembre 2009, la Provincia di Treviso, dopo aver individuato congiuntamente ad ARPAV, Comune di Paese e Ditta Mosole alcune procedure gestionali, ha autorizzato lo scarico per DIECI ANNI di TERRA CONTAMINATA a Paese.
L’amianto conferito illegalmente verrà quindi seppellito dal carico di circa 60 mila camion provenienti dai siti contaminati.
Il sindaco Pietrobon, che aveva promesso agli elettori lotta contro gli assalti al territorio di Paese, vantandosi dei suoi buoni rapporti con la Provincia di Treviso, alla resa dei conti se ne lava le mani e dichiara: “Si tratta di rifiuti inerti non pericolosi. Non mi sembra un caso eclatante e non mi sembra la circostanza adatta per fare una crociata – ha spiegato il primo cittadino – noi ottemperiamo ai nostri doveri, Zanoni se la prenda con la Provincia se vuole”. Se Ponzio Pilato aveva almeno avuto qualche dubbio, Pietrobon procede invece come uno schiacciasassi: sotto di lui, però, non ci saranno solo le tonnellate di terre contaminate, ci saranno tutti i cittadini di Paese!
Bel voltafaccia della Lega che, durante la lotta contro l’amianto nella stessa discarica, addossava all’allora sindaco Mardegan tutta la responsabilità, in quanto autorità locale competente in materia!

Ma la Lega è in buona compagnia. Neppure l’assessore all’Ecologia Piccolotto del PDL scherza in quanto a voltafaccia!
Il 5 agosto, nel corso di un incontro istruttorio in Provincia affermava, riferendosi all’autorizzazione per terre e rocce da siti contaminati: “L’Amministrazione Comunale non si oppone a detta variante gestionale che per quanto acquisito è da considerarsi minima”.
In Consiglio Comunale però, il giorno 9 ottobre, rispondendo all’interrogazione dell’opposizione, dopo aver peraltro dichiarato che i rifiuti in arrivo sarebbero stati migliori dei nostri terreni agricoli, dichiarava: “L’Amministrazione si espresse in modo negativo al rilascio dell’autorizzazione”; e ancora: “Il Comune è contrario alla prosecuzione dell’attività”.
Ci potremmo fidare quando ci verrà detto, nei prossimi10 anni, che tutto sta andando bene?
A Paese non c’è discarica per la quale si possa dire che sia andata bene!
I nostri fiduciosi amministratori, però, hanno delegato la salvaguardia della nostra acqua, della nostra aria, della nostra terra e della nostra salute ai “Signori della TERRA”.
Infatti, il Piano di Gestione operativa per quanto riguarda le MODALITÀ DI SMALTIMENTO DEL RIFIUTO CER 17 05 04 PROVENIENTE DA SITI CONTAMINATI riporta testualmente:
“Gli addetti al controllo della ditta TERRA Srl nell’impianto di smaltimento, all’arrivo del carico provvedono a verificare, eseguendo un controllo visivo dei materiali, la corrispondenza delle caratteristiche del rifiuto trasportato con quanto riscontrato dalle informazioni ricevute dal produttore e dalle eventuali analisi trasmesse inizialmente”.
Tranquilli, dunque: a guardia delle nostre galline hanno messo una volpe nel pollaio.



RIAPRE LA DISCARICA TERRA DI PAESE ...  di Andrea Zanoni

Riapre la discarica TERRA di Paese: l’amministrazione Pietrobon “regala” ai cittadini di Paese terre contaminate da bonifica per ben 10 anni.
Saranno sepolte le 100.000 tonnellate di rifiuti di amianto arrivate illegalmente e con loro la speranza di una bonifica. Svelate tutte le bugie dette in consiglio comunale.


Con il decreto della Provincia di Treviso n. 616 del 24 novembre 2009, la discarica TERRA di Mosole, sita fra Castagnole e Porcellengo, è stata autorizzata a: 1) ricevere rifiuti provenienti da siti contaminati, ovvero rifiuti speciali costituiti da terre contaminate provenienti dalle varie bonifiche effettuate in giro per l’Italia, 2) proseguire l’attività addirittura fino al 2019.
In questo modo Mosole, titolare della TERRA, vince due volte, la prima perché potrà fare degli affari d’oro con i nuovi rifiuti da bonifiche, la seconda perché con questi rifiuti potrà seppellire per sempre l’amianto conferito illegalmente tra il 2005 ed il 2006, quando dallo stesso incassò la bellezza di 6.225.811 euro. Ironia della sorte accadrà quindi che un discarica che doveva essere bonificata dall’amianto, potrà invece ricevere i rifiuti delle bonifiche altrui con i quali seppellire per sempre i conferimenti illegali di amianto. La discarica è grande, ma per riempire il buco c’è tempo, dieci anni, il tempo per accogliere circa un milione di metri cubi di materiale da siti contaminati, circa un milione e mezzo di tonnellate di rifiuti speciali, una fila con circa 60 mila camion di rifiuti lunga da qui sino a Roma.
Il sindaco Pietrobon aveva dichiarato in campagna elettorale che i buoni rapporti con la Provincia avrebbero permesso di ottenere importanti risultati per Paese: ora i risultati ci sono ma solo per Mosole. Questa discarica, autorizzata da 20 anni doveva essere chiusa entro la data improrogabile del 30 settembre 1999, 10 anni fa, e invece grazie al decreto del 24 novembre scorso potrà esercitare fino al 2019. Le promesse elettorali della Lega dello scorso maggio garantivano ferma opposizione nei confronti di ampliamenti o realizzazione a qualsiasi titolo di nuovi siti per attività di cava o discarica.
Mosole però, appena le urne elettorali hanno consegnato il Comune alla Lega e altri, ha chiesto subito le autorizzazioni.
Mosole era così sicuro di ottenere il via libera che ha iniziato le opere utili necessarie per l’arrivo dei nuovi rifiuti, come un enorme argine di contenimento, ancora prima di ottenere l’autorizzazione.
La conferma di ciò arriva dai tecnici della provincia perché nella relazione istruttoria del 2 ottobre scorso, prendevano atto della realizzazione dell’argine scrivendo: “in anticipo rispetto a quanto previsto nel progetto” e chiedendone documentazione in merito.
Come mai Mosole era così sicuro che l’autorizzazione sarebbe stata concessa al punto da realizzare prima questo enorme e costoso argine ?
Cosa dire poi dell’operato dell’Assessore all’Ecologia di Paese, Vigilio Piccolotto?
Piccolotto il 5 di agosto, come risulta a verbale, in un incontro con i tecnici della provincia affermava:”L’Amministrazione Comunale non si oppone a detta variante gestionale che per quanto acquisito è da considerarsi minima”.
Successivamente il giorno 8 ottobre partecipava all’incontro istruttorio in Provincia, dove era presente anche l’ARPAV e Mosole, e nel quale veniva decisa l’autorizzazione della discarica.
Infatti dal verbale ufficiale di tale incontro si legge che “Per tutto quanto emerso/confrontato/chiarito tra le parti durante l’incontro, il responsabile del procedimento fa presente che l’autorizzazione all’esercizio sarà rilasciata in applicazione dell’Art. 208 e 210 del D. Lgs. N. 152/2006 con le seguenti procedure gestionali migliorative oltre a quelle previste dalla normativa …..”
L’assessore Piccolotto però nel consiglio comunale del 9 ottobre 2009, appena 24 ore dopo la decisione di autorizzare la discarica, rispondendo ad una mia interrogazione affermava che il materiale in arrivo sarebbe stato addirittura meglio di certi nostri terreni agricoli aggiungendo che l’amministrazione “si espresse in modo negativo al rilascio dell’autorizzazione.”, e ancora: “il Comune è contrario alla prosecuzione dell’attività”, e poi “non vi è ancora alcuna autorizzazione che, se verrà concessa dall’Ente Provincia a ciò preposto, dovrà contenere prescrizioni puntuali.”
Come risulta evidente era tutto deciso con la complicità dell’amministrazione Pietrobon ma l’Assessore ha preferito mentire a tutto il consiglio comunale.
La nostra falda non aveva certamente bisogno di essere sottoposta a questi rischi per altri 10 anni. Se già nella fase di autorizzazione le bugie sono lo strumento più utilizzato, come potremmo fidarci quando nella fase operativa ci diranno per dieci anni che tutto è in regola?
Come possiamo fidarci se perfino laboratori di analisi prestigiosi, come risulta dalla cronaca locale di questi giorni, vengono accusati di produrre referti falsificati?
Nelle mani di chi abbiamo messo la nostra acqua, la nostra aria, la nostra salute?

Andrea Zanoni capogruppo di Italia dei Valori in consiglio comunale a Paese
Cell. 347/9385856– www.andreazanoni.it – zanoni@ecorete.it



RISPOSTA DI MAURIZIO PALLANTE ALLE CRITICHE RIVOLTE AL MDF ...  di Maurizio Pallante

Cari Amici, la cosa di cui mi più rammarico è di non essere molto intelligente, tant'è che non sono stato capace di scrivere un libro come “La critica della ragion pura” e mi sono limitato a “La Decrescita felice”. Spero che mi vada meglio in una prossima vita. Tuttavia, nonostante i miei limiti intellettivi, se mi arrivasse via internet la notizia che l'Ordine dei Frati Francescani si è convertito all'Islam, prima di manifestarvi il mio dolore in quanto buon cattolico, farei una verifica. Se poi la fonte di questa notizia fosse la zia acquisita di una mia ex cognata che l'ha saputa da un cugino di secondo grado che un anno fa ha visto un musulmano entrare nella Basilica di Assisi, anche senza verifica comincerei a credere che sia una bufala.
Questo mi è venuto in mente quando tre veri amici nell'arco di 24 ore mi hanno trasmesso in successione una mail inoltrata, mi dicono, dalla dottoressa Gentilini, che l'aveva ricevuta da una certa iolanda, che l'aveva ricevuta da un/una certo/a faraioca@virgilio.it, che rilanciava nell'etere un testo scritto da un certo Christian Abbondanza Casa della Legalità – Onlus. In questo testo si sostiene che io avrei portato a Napoli e distribuito al Meetup partenopeo un testo “scritto a quattro mani” sul tema decrescita felice. Peccato che il capitolo “rifiuti” non sia stato affidato ad uno dei fondatori di Mdf, esperto di riciclo totale, ma a una coppia che sponsorizza il ciclo integrato sotto le mentite spoglie di “Rifiuti Zero”: Walter Ganapini e Federico Valerio”.
Orbene, al meet up di Napoli io non ho portato nessun testo scritto a quattro mani, ma ho fatto una relazione sulla decrescita, sostenendo, in tema di rifiuti, che la strategia rifiuti zero, basata su riduzione, riuso, raccolta differenziata e riciclo è coerente con la decrescita perché riduce il consumo di risorse naturali e gli sprechi, utilizzando il minimo di energia rispetto a ogni altra forma di trattamento. Del resto, chiunque abbia trovato il tempo, in mezzo ai suoi numerosi impegni, di seguire almeno tre delle mie numerose esternazioni pubbliche sul tema rifiuti (su You Tube in una intervista al blog di Beppe Grillo, ad Anno zero contro Fortini e in una infelice trasmissione di Mario Tozzi contro Degli Espinosa) sa che ho sempre sostenuto con vigore polemico questa posizione.
A Napoli è successo che un partecipante all'incontro abbia fatto riferimento a un capitolo del libro “Un programma politico per la decrescita”, che io ho curato raccogliendo contributi di molti autori ed è stato pubblicato 2 anni fa. In questo libro ci sono 2 capitoli sui rifiuti, uno scritto da Ezio Orzes, assessore nel Comune di Ponte nelle Alpi, che ha realizzato una delle esperienze italiane più significative di gestione degli oggetti dismessi in un contesto sociale relativamente favorevole, e uno scritto da Walter Ganapini, Federico Valerio e Matteo Incerti, in cui il problema dei rifiuti viene affrontato in successione nelle fasi: riduzione, riuso, raccolta differenziata, trattamento meccanico biologico e si conclude così:
Per quanto riguarda l’emissione di nano particelle, oggetto di studi approfonditi in Italia da parte della dottoressa Antonietta Morena Gatti dell’Università di Modena e Reggio Emilia, il trattamento a freddo non prevede processi di combustione ma opera a 60°C-70°C. Gli inceneritori a tecnologia più avanzata invece operano a temperature di combustione di circa 1000°C, che abbatte le diossine, ma provoca un altro effetto devastante per la salute umana, aumentando a dismisura la produzione di nanoparticelle che nessun filtro può intrappolare. Nanoparticelle inorganiche che una volta inalate si depositano stabilmente nell’organismo e nel tempo possono provocare anche patologie gravissime.
In relazione all’obbiettivo Rifiuti Zero, al termine dei processi di trattamento meccanico-biologico si ha un residuo composto essenzialmente da plastica (non biodegradabile) e dalla componente meno biodegradabile della carta (lignina) che può:
- essere stoccato in discarica dopo compressione, in considerazione del fatto che gli scarti trattati non sono putrescibili; - essere utilizzato misto torba per ricoprire vecchie discariche.
- essere utilizzato come combustibile da rifiuto (cdr) in sostituzione delle fonti fossili in impianti industriali esistenti (cementifici) o in centrali termoelettriche a carbone esistenti. Diversi ambientalisti contestano questa scelta. È un’opinione rispettabile. Pragmaticamente va detto che essendo un combustibile sostitutivo per impianti esistenti ed operanti, l’inquinamento avverrebbe comunque. Un esempio di questo genere è l’impianto TMB di Fusina (Venezia) che serve con il suo cdr anche la centrale termoelettrica della città sostituendo parzialmente il carbone.
Va ricordato infine che un impianto TMB può costare fino al 75 per cento in meno di un inceneritore. Solo i sussidi pubblici (magari truffaldini, come quelli del Cip6) garantiscono la sostenibilità economica degli inceneritori che, come ha ricordato il Wall Street Journal in un articolo dell’11 giugno 1993, «sono il metodo più costoso di smaltimento rifiuti».


Nella mia limitata intelligenza suppongo che una di queste frasi conclusive abbia scatenato l'anatema di qualche novello inquisitore intollerante della benché minima divergenza da quanto ritiene indiscutibile ortodossia, anche se, a differenza degli inquisitori suoi precedessori, suppongo si limiti a invocare la tacitazione di chi inquisisce e non, per evidenti ragioni di coerenza, la sua combustione senza recupero energetico, come accadeva in passato.
Da questo momento in poi, si annebbia del tutto la vista e partono le farneticazioni, basate su una sostanziale identificazione tra Circolo MDF di Genova, meet up di Beppe Grillo di Genova (di cui non conosco nessuno), IDV di Genova (di cui non conosco nessuno), consigliere comunale di Genova (che non so chi sia) e inceneritore di Scarpino. E in cima a tutto l'affermazione perentoria “Pallante non ce la racconta giusta sui rifiuti, come alcune delle associazioni locali di Mdf, per esempio quella ligure.” In merito ad alcune associazioni locali MDF che diventano una, sembra la barzelletta dei 4 evangelisti che erano 3, Luca e Giovanni che morì attraversando il Giordano. Ma il passaggio “logico” più forte è che, partendo da questa sostanziale identificazione tra MDF, meet up e IDV, poiché il consigliere comunale IDV (che non so chi sia) cita Pallante e approva il trittico di impianti di smaltimento a Scarpino, se ne dovrebbe dedurre che Pallante, pur non sapendo niente di tutto ciò sarebbe favorevole all'impianto di Scarpino. Qualcuno identifica la decrescita con la sobrietà. Io no, perché penso che sia qualcosa di più complesso, però concordo che essere sobri sia importante, specie prima di mettersi alla tastiera di un computer.
Ma alla fine le vere motivazioni di queste farneticazioni vengono fuori con limpida chiarezza: tutto nasce dalla contrapposizione tra due meet up, che si richiamano entrambi a Beppe Grillo. Ho, nella mia limitata intelligenza, il sospetto che l'asprezza di questa contrapposizione sia motivata dalle candidature alla prossima scadenza elettorale.
Ebbene, io non ho nessuna chiarezza da fare sulle mie posizioni sui rifiuti se non ribadire ciò che ho sempre sostenuto, rivolgendomi non all'estensore delle farneticazioni (che non so chi sia) perché se non l'ha ancora capito è perché o non vuole o non può. A tutti gli altri preciso che MDF non ha niente a che fare con IDV e collabora da posizioni autonome con tutti i meet up che glielo chiedono, con tutte le associazioni, comitati, liste civiche, sezioni locali di partiti ecc. offrendo loro un sostegno di contenuti. Inoltre MDF non partecipa alle elezioni e, quindi, alle lotte in corso per la composizione delle liste. Infine che per quanto mi riguarda personalmente, pur essendomi stata offerta una candidatura alle elezioni regionali del Piemonte da tutti i meet up piemontesi, ho declinato l'offerta non solo per ragioni personali, ma politiche che si possono leggere nel nostro sito. Preciso infine che questa è la prima e l'ultima volta che entro in diatribe del genere. Nella mia presunzione penso che per me sia più utile spendere il tempo in lavori più costruttivi e rivolgermi soltanto alle persone che hanno il mio stesso modesto livello di intelligenza. Soprattutto se lo utilizzano per costruire legami e non lacerazioni, verificando, magari con i diretti interessati, la veridicità delle notizie che propalano in rete, che, si sa, è il ricettacolo di tutto, nel bene e nel male.
Maurizio Pallante



MEDICI E CONFLITTI ... scritto da Dr.ssa Patrizia Gentilini

Certo molti ricorderanno le tranquillizzanti parole del Prof. Umberto Veronesi intervistato da Fazio a “Che tempo che fa” circa l’innocuità degli inceneritori, quando con assoluta sicurezza affermò: “zero rischio…”
Tuttavia certamente un numero minore di cittadini ha potuto ascoltare le parole dell’illustre oncologo quando intervistato su youtube affermava: “non sono un esperto di inceneritori” e che, quanto all’assenza di danni, si rimetteva ai suoi esperti affermando : “i miei esperti mi hanno giurato”.
Spiace davvero dover contraddire il Prof. Veronesi, ma proprio per la serietà in passato dimostrata e per la gratitudine che gli dobbiamo per gli indiscutibili miglioramenti nella chirurgia del carcinoma mammario, sentiamo il dovere di consigliargli di scegliere meglio i suoi esperti.
Siamo infatti venuti a conoscenza di lavori che recano anche la sua firma, quali ad esempio: “
Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l’impatto sanitario - Veronesi U, Giugliano M. Grasso M e Foà V” in cui, con grande stupore, abbiamo dovuto constatare che sono stati letteralmente stravolti risultati di lavori scientifici ed epidemiologici in modo da assolvere gli impianti di incenerimento, con buona pace dell’ onestà intellettuale e del rigore scientifico.
Qualche esempio chiarirà meglio la questione: nel capitolo “L’ impatto sanitario” di Vito Foà, a pag 54-55 vengono presi in esame quattro studi: quello di Franchini M. e altri, pubblicato sugli Annali dell’Istituto Superiore di Sanità nel 2004; quello di P. Elliot, del 1996, quello di Hu S.W. e al. e infine lo studio denominato Enhance Health.
Di tutti viene fatto un utilizzo inappropriato, in particolare:
1. lo studio di M. Franchini viene mutilato e ne sono totalmente ignorate le considerazioni sulla relazione fra inceneritori e cancro, in particolare che: “associazioni statisticamente significative sono riportate da due terzi degli studi che hanno preso in considerazione il cancro ( mortalità, incidenza o prevalenza).
2. lo studio di P. Elliott viene capovolto nel suo significato, aggiungendo una negazione alla frase in cui si afferma che il rischio per diversi tipi di cancro diminuisce via via che ci si allontana dalla fonte emissiva. Vito Foà a proposito di esso scrive infatti: “La conclusione degli Autori è che non è stata trovata alcuna evidenza di diversità d’incidenza e mortalità per cancro nei 7.5 chilometri di raggio studiati ed in particolare nessun declino con la distanza dall’inceneritore per tutti i tumori: stomaco,colon-retto e polmone oltre che per linfoma di Hodgkin e sarcomi dei tessuti molli.
. Peccato che nell’ originale sia scritto: “Observed-expected ratios were tested for decline in risk with distance up to 7.5 km. ... Over the two stages of the study was a statistically significant (P”. Ovvero: “ I rapporti osservati-attesi furono verificati in base al declino del rischio con la distanza fino a 7.5 km. … Dopo i due stadi dello studio c’era un declino statisticamente significativo (p
3. dello studio di Hu S.W. si riporta solo una frase “rassicurante ““Alcuni anni prima, nel 2001, Hu e Shy avevano condotto una revisione degli studi epidemiologici pubblicati fino ad allora. Questi Autori avevano considerato tutti i possibili effetti che potevano essere o che sono collegati alla presenza di un inceneritore di rifiuti sia municipali che industriali, arrivando alla conclusione che gli studi epidemiologici esaminati erano stati concordi nel descrivere più elevati livelli corporei di metalli pesanti, ma nessun aumento di sintomi respiratori o di declino della funzione polmonare. Le analisi effettuate avevano fornito risultati inconsistenti per rischio di cancro e di effetti sulla riproduzione” e si omette viceversa l’affermazione che attesta l’esistenza di rischio: “Several studies showed significant associations between waste incineration and lower male-to-female ratio, twinning, lung cancer, laryngeal cancer, ischemic heart disease, urinary mutagens and promutagens, or blood levels of certain organic compounds and heavy metals” ovvero: “Diversi studi hanno evidenziato associazioni significative tra inceneritori ed alterato rapporto maschi / femmine alla nascita, cancro al polmone, cancro alla laringe, malattie ischemiche cardiache, mutageni e pro-mutageni nelle urine, o livelli elevati nel sangue di alcuni composti organici e metalli pesanti
4. dello studio di Coriano Foà scrive:” “Gli estensori e gli esecutori del progetto avevano ovviamente condotto una ampia analisi della letteratura già allora esistente e sono arrivati anche loro alla conclusione: non esistono prove concrete di un legame fra l’esposizione alle emissioni di inceneritori ed un aumento di tumori. Dove sono stati osservati effetti apparentemente rilevanti questi effetti erano spesso legati ad inceneritori siti vicino ad altre fonti di emissione potenzialmente pericolose”. Peccato che ciò che viene riportanto come “conclusione” è viceversa una frase tratta dall’introduzione allo studio e, nel riportare i risultati, Foà omette di evidenziare i gravi danni per la salute femminile ed il rischio di sarcomi in entrambi i sessi, messo ampiamente in risalto dagli estensori nella “discussione” dello studio.

Desta sgomento scoprire che questi lavori “scientifici” sono quelli su cui varie Amministrazioni Pubbliche (Provincia di Grosseto e Firenze, Regione Sicilia ad es.) fondano le proprie scelte irriducibilmente “inceneritoriste”, senza alcuna attenzione verso le tante alternative immediatamente percorribili per la gestione dei rifiuti e con una drammatica sottostima per le ricadute sulla salute pubblica.
Ma ancora più sgomento desta constatare che anche coloro che sono vincolati dal giuramento di Ippocrate e dall’art. 30 del Codice Deontologico possono, ci auguriamo solo per distrazione, incorrere in gravi omissioni, che non fanno onore né a loro né alla categoria dei Medici cui tutti noi apparteniamo.
Ad evitare futuri “scivoloni” ricordo a cosa ci vincola l’art. 30, relativo al conflitto di interesse: “Il medico deve evitare ogni condizione nella quale il giudizio professionale riguardante l’ interesse primario, quale è la salute dei cittadini, possa essere indebitamente influenzato da un interesse secondario. Il conflitto di interesse riguarda aspetti economici e non, e si può manifestare nella ricerca scientifica, nella formazione e nell’aggiornamento professionale, [….]e nei rapporti individuali e di gruppo con industrie, enti, organizzazioni e istituzioni, nonché con la Pubblica Amministrazione.
Ci sono altri conflitti, non citati nel Codice Deontologico, che riguardano quelli con la propria coscienza: fortunatamente questi, al pari dei precedenti, non ci appartengono ed almeno questa consolazione nessuno potrà togliercela: di certo nessuno potrà mai dirci: “se i medici sapevano, perché hanno taciuto?”

Dott.ssa Patrizia Gentilini
Coordinamento Nazionale dei Comitati dei Medici per l’Ambiente e la Salute

BIBLIOGRAFIA

Veronesi U., Giugliano M., Grosso M e Foà V. (2007) “ Il recupero di energia da rifiuti: la pratica, le implicazioni ambientali e l’ impatto sanitario” Quaderni di Ingegneria Ambientale, Vol. 45 CIPA Editore Milano

Franchini M. , Rial M, Buratti E., Bianchi F., “Health effect of exposure to waste incinerator emissions: a review of epidemiological studies” Ann. Ist. Sup.
Sanità 2004; 40 , 105- 115

Elliot P., Shaddick G, Kleinschmidt I., “Cancer incidence near municipal solid waste incinerators in Great Britain” British J of Cancer 1996; 73, 702-710

Hu S.W. , Shy C.M., “ Health effects of waste incineration: a review of epidemiological studies” J. Air and Waste Manag.
Assoc. 2001; 51 1100-1109

Enhance Heath Report finale – febbraio 2004-marzo 2007. sistema di sorveglianza ambientale e sanitaria in aree urbane in prossimità di impianti di incenerimento e complessi industriali; n 2 E 0041 programma INTERREG IIIC zona Est Comune di Forlì



LA MONNEZZA SCOMPARSA DELLA CAMPANIA? E' FINITA NRLLA DISCARICA DI FERRANDELLE ... di Raffaele Sardo

Una squadra di attivisti di Legambiente è riuscita a compiere un sopralluogo a Ferrandelle, una località che si trova tra i comuni di Casal di Principe, Santa Maria La Fossa e Grazzanise. Ecco le immagini e il servizio che documentano come i rifiuti scomparsi dalle città della Campania siano tenuti 'sotto sorveglianza' in una grande discarica a cielo aperto, in un'area completamente recintata. L'area, dichiarata sito di interesse strategico nazionale e strettamente vigilata, era stata confiscata al boss Francesco Schiavone, detto Sandokan. Doveva diventare una fattoria, invece è stata requisita dal Commissario straordinario per i rifiuti. E ora ospita, secondo le stime di Legambiente, almeno un milione di metri cubi di rifiuti indifferenziati.

Sono finiti a Ferrandelle i rifiuti scomparsi dalle città della Campania. Una località che si trova tra i comuni di Casal di Principe, Santa Maria La Fossa e Grazzanise. Sono tenuti sotto stretta sorveglianza in un'area completamente recintata di diversi ettari. Nessuno si può avvicinare più di tanto perché tutto il perimetro è stata dichiarato sito di interesse strategico nazionale e c’è una vigilanza molto attenta che allontana tutti quelli che cercano di guardare più da vicino.

Ieri notte una squadra di attivisti di Legambiente, guidati dal direttore dell’associazione ambientalista, Raffaele Del Giudice, sono arrivati sul posto per fare “un sopralluogo”. “Ci sono montagne di rifiuti ammassate senza alcun controllo sui possibili danni sanitari e ambientali – spiega Del Giudice – mentre continua ad arrivare quotidianamente la monnezza da ogni parte della Campania”. L’area dove sono depositati i rifiuti fu sequestrata al boss Francesco Schiavone, Sandokan, ed affidata al Consorzio Agrorinasce per farne una fattoria di prodotti tipici. Ma, nonostante l’avvio dei primi lavori per dare vita all’iniziativa, il terreno fu requisito in piena emergenza rifiuti.

I sindaci di Santa Maria La Fossa e Grazzanise, poco più di un anno fa, guidarono una clamorosa protesta alla testa delle popolazioni locali. Dopo un braccio di ferro con il Commissario per l’emergenza rifiuti, diedero il via libera alla costruzione di due piazzole che dovevano “ospitare” all’incirca 90 mila metri cubi di rifiuti. Ma in via temporanea e con l’impegno a bonificare il sito entro breve tempo. “Qui ce ne sono almeno un milione di metri cubi di rifiuti – spiega il professor Stefano Tonziello, di Legambiente - e continuano a crescere giorno dopo giorno, perché l’emergenza non è finita, ma è stata solo spostata dalle città.

Qui arrivano rifiuti “tal quale”, cioè senza essere selezionati a monte. E dunque non potranno mai essere bruciati nell’inceneritore di Acerra. Inceneritore che, peraltro, ora è in pieno collaudo e per vederlo operativo se ne parlerà almeno tra sei mesi.” Nell’area tutt’intorno vi sono caseifici, allevamenti di bufale, campi coltivati a foraggio, pescheti, ortaggi, fragole, irrigati con le falde acquifere inquinate. Poco più in là, vi sono almeno altre sei discariche. Qualcuna dismessa, ma non morta definitivamente. “Forse il vero miracolo di Berlusconi – aggiunge Tonziello – è quello di aver messo a tacere tutto e tutti. Qui, lasciatemi usare il paradosso, è tutto fuorilegge per legge. Se queste cose le avessero fatte i privati, si sarebbero aperte sicuramente le porte del carcere.
Tenere in questo modo i rifiuti è da criminali. Senza considerare che tra poco con l’arrivo della stagione calda, tutt’intorno l’aria sarà irrespirabile, ma ci sarà anche un pericolo sanitario immediato per la salute delle persone”. Non lontano da qui, a Santa Maria La Fossa, dovrebbe sorgere anche l’altro inceneritore previsto in Campania. Nei campi intorno a Ferrandelle, intanto, la vita scorre come sempre: I contadini sui trattori, gli immigrati nei campi a lavorare, il foraggio che cresce rigoglioso, il percolato che continua a scorrere nella falda acquifera e le montagne di rifiuti che continuano a crescere.



DALLA BOTTIGLIA DI PLASTICA ALLA BROCCA DI VETRO: L'EVOLUZIONE DELLA SPECIE ... di Valerio Pignatta

L’acqua è un bisogno fondamentale. Ci si dimentica, però, di considerarla come un diritto. La nuova sentenza emessa dal tribunale della Regione Calabria, che obbliga i comuni a fornire le analisi dell'acqua potabile ai cittadini che ne fanno richiesta, potrebbe però essere da stimolo per tutti coloro che vogliono avere informazioni sulla qualità dell’acqua che esce dal proprio rubinetto. E permettere a molti di dire addio all'acqua in bottiglia.

Il Tar della Calabria ha stabilito l'obbligatorietà da parte del Comune di Reggio Calabria di fornire le analisi dell'acqua potabile a chi ne fa richiesta
Una sentenza del 14 gennaio scorso del Tribunale amministrativo regionale della Calabria ha stabilito l'obbligatorietà da parte del Comune di Reggio Calabria di fornire le analisi dell'acqua potabile ai cittadini che ne fanno richiesta. Il Comune ha il dovere di svolgere funzione di controllo sulle acque destinate al consumo umano (sino al punto di consegna, ossia il contatore) e tutte le “informazioni ambientali” che esso deve raccogliere sono a
disposizione della collettività. Chiunque ne può fare richiesta, addirittura senza dichiarazione del motivo della stessa. Questa sentenza incoraggia ad avviare analoghe iniziative nel proprio comune di residenza per tutti coloro che sono interessati ad avere informazioni sulla qualità dell'acqua che esce dal proprio rubinetto.

Da tempo, parecchie associazioni ambientaliste e mediche hanno sollevato seri dubbi sulla
qualità dell'acqua in bottiglia, specialmente se di plastica. La possibilità di avere informazioni maggiori e possibilmente gratuite sull'acqua di acquedotto, potrebbe spingere ancor più cittadini a fare il passo indietro che tutti ci auspichiamo e che porterebbe al consumo di acqua potabile della rete idrica. Questo implicherebbe l'abbandono dell'uso selvaggio di acqua minerale in bottiglia che sta inquinando come pochi altri settori, senza contare l'impatto sulla salute delle persone, dato che questa pare sia proprio di qualità inferiore rispetto agli standard normalmente forniti dagli acquedotti che devono rispettare controlli più accurati e valori di sostanze inquinanti minori.
La possibilità di avere analisi dell'acqua alla mano, permette anche di valutare
apparecchiature di filtraggio e trattamento, eventualmente da applicare al proprio impianto casalingo, per migliorare ancor più le caratteristiche organiche e minerali e la purezza dell'acqua che si consuma. L'analisi permette altresì di obbligare il Comune a prendere atto di quello che viene servito ai propri concittadini dalla multinazionale di turno che somministra/amministra l'acqua. In molti casi, infatti, gli acquedotti sono stati privatizzati con conseguenze devastanti sia dal punto di vista economico, sia sociale e sia ambientale. Chissà mai che da questo atto giuridico “minimo” derivino conseguenze di rilievo.

In Italia vengono prodotti quasi 7 miliardi di litri di acqua minerale imbottigliati da circa 160 imprese che utilizzano 700 sorgenti e vantano oltre 260 etichette
In Italia vengono prodotti quasi
7 miliardi di litri di acqua minerale (dati Nielsen 2002), pari a un consumo pro capite di circa 170 litri, imbottigliati da circa 160 imprese che utilizzano 700 sorgenti e vantano oltre 260 etichette. Di fatto 27 marchi di proprietà di 6 gruppi controllano circa il 70% del mercato di consumo. È facile per chiunque intravedere il giro di affari che deriva da tutto questo. Il costo di utilizzo di fonti demaniali per suddette imprese è assolutamente ridicolo. Secondo alcune stime, da queste “concessioni pubbliche” lo stato incasserebbe in totale solo circa 500.000 euro annui. Per alcune Regioni le spese sostenute per la contabilità delle concessioni sono superiori agli incassi delle stesse.

L'acqua minerale in bottiglia non è di certo una soluzione...
Se si vuole bere acqua pura dobbiamo assumerci la responsabilità di proteggere fiumi, laghi e falde idriche. Senza svendere al primo venuto che ci sbandiera quattro soldi sotto il naso.
Le pubblicità delle acque minerali sono spesso “
sovradosate”. Non è vero ad esempio che queste abbiano sempre maggiori sali minerali di quelle del rubinetto. E i residui tossici (nitrati, arsenico ecc.) spesso sono di molto superiori rispetto a quelli dell'acqua di un acquedotto comune.
Non va dimenticato che
l'acqua è vitale sotto molti punti di vista, non ultimo quello medico. Essa, infatti, se di buona qualità, può essere utilizzata come medicina in tantissimi disturbi (l'idroterapia ne è un esempio). I problemi come l'aggiunta sistematica di cloro e/o la presenza di altre componenti dannose possono essere eliminati con un buon filtraggio domestico. Installare un buon filtro di depurazione è inoltre un ottimo espediente per spingere a un consumo cosciente e orientato al risparmio.
A noi, al momento, non ci tocca e non ci si pensa, ma ci sono oltre
1,4 miliardi di persone nel mondo che non hanno accesso all'acqua potabile. Poiché si dovrebbe presumere che l'acqua sia un diritto di tutti, pensiamoci ogni volta che apriamo il rubinetto.

A Istanbul, dal 16 al 22 marzo scorso, si è svolto il quinto forum mondiale dell'acqua, ma non è stata raggiunta un'intesa
Di fatto, a Istanbul, dal 16 al 22 marzo scorso, si è svolto il quinto forum mondiale dell'acqua:
30.000 congressisti, una ventina di capi di stato e circa 180 ministri dell'ambiente. L'obiettivo di raggiungere un'intesa sull'accordare all'accesso all'acqua lo status di “diritto” sancito a livello internazionale non è stato raggiunto. C'erano dubbi? Si è riusciti solo a fissare che questo accesso è un “bisogno” fondamentale... meno male. Ma non è ancora un diritto.
Tra alcuni anni si prevede una crisi idrica di proporzioni mondiali a causa di eventi ormai incontrollabili come l'aumento della popolazione, l'effetto serra, l'erosione dei suoli avanzante e l'inquinamento progressivo delle falde. La campagna che dura da un quindicennio secondo cui l'acqua è un bene economico e che solo come tale può essere tutelata, è stata improntata e portata avanti sulla base delle indicazioni del World Water Council, un organismo costituito dalle principali multinazionali del settore e da varie organizzazioni internazionali tra cui la Banca mondiale. Iniziamo allora da noi.
Pubblico o privato che sia (la maggior parte delle grandi città vengono ancora servite da operatori idrici pubblici)
il sistema di mercificazione dell'acqua è aberrante e rappresenta solo un gran business e un palcoscenico per il gioco di poteri istituzionali o imprenditoriali. L'acqua è un bene e non una merce, per utilizzare una classificazione cara a Maurizio Pallante.
Solo partendo da questa riflessione si può pensare di uscire dalla dinamica di controllo esterno sulle proprie fonti idriche per approdare ad un'autogestione egualitaria ossia a una gestione diretta delle risorse idriche senza intermediari. Questo garantirebbe oltre che una
migliore qualità microbiologica dell'acqua anche uno stato di migliore conservazione degli impianti e un minor spreco. Quando è la collettività locale che è responsabile di un servizio e che dipende dalla qualità di quello che riesce a fare, tutto può cambiare. Riprendiamoci la nostra acqua.

VIDEO INTERVENTO DI PETRELLA A FIRENZE - parte 1

VIDEO INTERVENTO DI PETRELLA A FIRENZE - parte 2



COME RIDUCO I MIEI RIFIUTI ... di Maria Grazia Minto

ABITI: Riparo sempre gli abiti, sia a mano, sia con la macchina per cucire. Per non avere l'impressione di portare sempre lo stesso vestito, si può "rimodernarlo" I maglioni ritornano in moda se ci attacchiamo nastri, perline e paiettes oppure si pitturano. La stessa cosa si può fare con le magliette di cotone. Quando le magliette sono proprio tanto usate, si possono usare per confezionare pratici sacchetti per mettere le scarpe per la palestra, il pane, gli abiti usati in viaggio, calze e gambaletti in lavatrice... Con la parte alta dei jeans si possono confezionare utilissime borse di stoffa per la spesa. le tende usate si prestano molto bene al confezionamento di sacchetti da usare in lavatrice.

CIBO: faccio nuovi piatti con gli avanzi. Con la CENERE DI CAMINO preventivamente setacciata e acqua calda preparo la liscivia che filtrata diventa un ottimo detersivo per la biancheria, in lavatrice. Utilizzo la CARTA da tutte e due le parti e poi per accendere il camino. .
Con gli
SCARTI ORGANICI produco compost che utilizzo nell'orto. E poi mi mangio la verdura e faccio la "politica dell'insalata", cioè la regalo anche ai miei vicini di casa e agli amici, in uno spirito di condivisione.

Riutilizzo le
BOTTIGLIE DI VETRO dell'aceto per metterci il latte fresco che acquisto alla casetta del latte di Scorzè e anche per conservare la liscivia. .

Faccio sciogliere i resti di
SAPONE in liscivia e preparo nuovo sapone che utilizzo per lavare la biancheria, anche colorata. .

Vado a fare la spesa con le
BORSE di stoffa che tengo ripiegate in borsetta. Messa via la spesa, chiedo al commerciante di riconoscermi il costo delle borsette di plastica che gli ho fatto risparmiare. Il fruttivendolo mi ha dato 2 noci, il libraio 1 matita. Penso che questa possa essere un'idea per incentivare l'utilizzo delle borse di stoffa, se fatta dagli stessi commercianti, non esattamente così, ma in un modo di cui possiamo parlare. .

Compro i
DETERSIVI alla spina riusando i contenitori. Aggiusto COLLANE E BIGIOTTERIA. Riutilizzo perle e lustrini per fare nuova bigiotteria, in particolare orecchini. Brucio nel camino la LEGNA del mio giardino e anche resti di pallet usati. Sto ancora sperimentando. Mi piace fare di più spendendo meno.



CARBONE: VIA LIBERA ALLA RICONVERSIONE DI PORTO TOLLE ... da Terranauta

Via libera del governo alla riconversione della centrale Enel di Porto Tolle. Greenpeace, Legambiente e WWF ricordano che il carbone è tra i combustibili fossili quello che presenta le maggiori emissioni di anidride carbonica. “Il governo affossa Kyoto e il pacchetto clima. E a pagare saranno gli italiani”
La centrale Enel di Porto Tolle sarà riconvertita a carbone
Dopo l'approvazione di un atto inutile ma simbolico come la recente mozione negazionista sui cambiamenti climatici, oggi il senato si appresta ad approvare definitivamente un nuovo - ma stavolta sostanziale - provvedimento killer del clima”. Con la fiducia al decreto incentivi, in cui e' stato inserito l'emendamento sul carbone, infatti, si da il
via libera alla riconversione della centrale di Porto Tolle, in deroga alla legge regionale che ha istituito il parco delta del Po e soprattutto in evidente contrasto con la politica energetica che l'Italia dovrebbe praticare per recuperare i ritardi rispetto agli obblighi di riduzione dei gas serra previsti dal protocollo di Kyoto e dal 20-20-20.
Greenpeace, Legambiente e WWF, che oggi hanno rinunciato a manifestare con un sit-in di fronte al Senato per rispetto delle popolazioni colpite dal terremoto, ricordano che il carbone è tra i combustibili fossili quello che presenta le maggiori emissioni di anidride carbonica, ed è quindi maggiormente responsabile del riscaldamento climatico globale.
La conversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle, nel bel mezzo di un parco naturale patrimonio dell’Umanità per l’
UNESCO infatti, comporterà impatti devastanti per il delicato ambiente del Delta del Po, come il passaggio di 3000 chiatte all’anno per portare il carbone all’impianto. La riconversione del nuovo impianto inoltre, aggiungerà 10 milioni di tonnellate di CO2 ai ritardi dell’Italia rispetto agli obblighi di riduzione previsti dal Protocollo di Kyoto.
“Le 12 centrali a carbone attive in Italia hanno prodotto nel 2007 il 14% del totale dell’energia elettrica a fronte di un’emissione del 30% dell’anidride carbonica emessa per la produzione complessiva di elettricità – hanno ricordato le associazioni ambientaliste -. Ma ormai è evidente a tutti che questo governo, con le sue scelte retrograde e antitetiche a quelle ben più lungimiranti dei paesi più avanzati, ha deciso di condannare gli italiani a pagare le sanzioni previste dagli accordi internazionali che, vale la pena ricordarlo, sono vincolanti e non un atto volontario e simbolico”.
Anche avvalendosi delle migliori tecnologie, infatti, gli impianti a carbone hanno emissioni più che doppie rispetto a quelle di un ciclo combinato a gas. Per ogni kWh di energia elettrica prodotta da carbone si emettono
oltre 770 gCO2 contro i 365 di un ciclo combinato a gas.



Chiaiano-Marano. Un anno dopo. ... di Emilia Santoro

Gli elicotteri hanno orari precisi, tutte le notti sorvolano le nostre zone. Si possono contare così gli autocompattatori che scendono nella cava del Poligono. E capire il tempo che impiegano a sversare. Entrano dalla strada di Cinque Cercole. Per ora non passano dalla rotonda Titanic, i viaggi sono ancora limitati.
Dalle videocamere del sito www.emergenzarifiuticampania (lo chiamiamo il sito di Bertolaso), è possibile vedere come è complessa la discesa degli autocompattatori. Non solo. In alcuni punti poi non è visibile lo sversamento. La preoccupazione è motivata dal fatto che non sappiamo ancora che fine ha fatto l’amianto che stavano per seppellire nella cava: le 10.000 tonnellate dichiarate dal generale Giannini solo dopo la denuncia presentata da qualcuno del presidio che consegnò un filmato come prova. Ci sono video che consentono di comprendere come è stato affrontato tale grave problema. Lavoratori senza protezioni, addirittura è stato fotografato uno di questi tra i sacchetti di amianto. E’ paradossale la quasi assoluta mancanza di spiegazioni (nemmeno per le Istituzioni locali).
A questo proposito è da segnalare il lavoro di ricerca del prof. Gerardo Ciannella, dirigente di medicina preventiva, insieme ad altri ricercatori della A.O. Monaldi, sul mesotelioma pleurico provocato dalle fibre di amianto. Si tratta di un gravissimo tumore maligno, estramamente invasivo, che colpisce la pleura, il peritoneo e il pericardio. Non è curabile e consente al massimo una sopravvivenza di 5 anni dalla diagnosi e solo nel 2% dei casi. Da ricerche epidemiologiche recenti, essendo aumentati i casi di mesotelioma nella popolazione generale, sono stati imputati all’inquinamento ambientale quelli osservati in soggetti non professionalmente esposti al minerale, ma abitanti in zone circostanti a discariche contenenti amianto. Pertanto, già da diversi anni, il problema della cancerogenesi da amianto si è spostato dal campo professionale al campo ambientale ed è stato evidenziato che la gestione dei rifiuti non trattati può presentare un fondato rischio di esposizione. L’intervallo tra l’inizio della esposizione e la diagnosi di neoplasia da amianto è molto lunga, in media 30 anni. Il servizio di Anatomia Patologica della A.O. Monaldi, dalle ricerche diagnostiche praticate sugli ammalati ricoverati, ha individuato l’incidenza e la prevalenza di mesoteliomi collegabili all’amianto nella popolazione campana. Per essi è stato rilevato un aumento percentuale del 45% per i casi diagnosticati: 42/anno nel periodo 2001/2008, rispetto ai 28/anno, diagnosticati nel periodo 1993-2000. Si lascia ai lettori trarre le debite considerazioni.

Sin da quando è stato emanato il primo decreto sui rifiuti (aprile 2008) è scattato un aperto allarme democratico. Studi, progetti, articoli, interviste, seminari sottolineano ancora adesso questa urgenza.
Quella che chiamiamo deriva democratica, il governo la definisce “prendere decisioni”; quello che definiamo pericolosa semplificazione, il governo la riassume col termine “concretezza”. E’ ciò che sta accadendo da un anno anche nei diversi campi del vivere civile. C’è qualcosa che vuol rientrare in un mutamento che di sicuro favorisce questo modo antidemocratico di procedere. Si sta andando avanti con una velocità davvero preoccupante. Si è preso atto di questo mutamento ma non è detto che bisogna accettarlo passivamente. E’ da ribadire che il dispiegamento delle forze militari resta esagerato, propagandistico. O meglio, abbiamo fatto le nostre deduzioni. Già dal primo momento abbiamo pensato che questo “accanimento” fosse dovuto non solo per la ricerca del consenso politico (non abbiamo mai pensato che servisse allo scopo di contenere l’emergenza) ma soprattutto al fine di depositare nella cava scorie pericolose di inceneritori o scorie nucleari. A molti sembrava un’esagerazione, oggi negli articoli che leggiamo sentiamo che serpeggia questo pensiero. Ragioniamo.
Per quanto concerne i depositi per le scorie degli inceneritori, pare chiaro che sulle undici discariche previste (ne sono state aperte solo tre) qualcuna sarà utilizzata a tale scopo. E ricordiamo che Chiaiano ha 14 cave all’interno del parco delle Colline a cui non è possibile accedere a causa della militarizzazione. Analizziamo i punti:
1) Ricordiamo prima di tutto ciò che accadde a Scanzano, in Basilicata quando il precedente governo Berlusconi varò un DL il 13 novembre del 2003. La decisione era di costruire venti siti, uno in ogni regione, per mettere in sicurezza le scorie nucleari disseminate nel paese. Dovettero intervenire a gamba tesa scienziati e ricercatori per debellare lo sfacelo che si stava attuando data l’assoluta inidoneità del sito, la cui conformazione idrogeologica e l’alto rischio sismico sono per altro rispondenti alle caratteristiche della maggior parte del territorio italiano. A conferma esiste la relazione del prof. Benedetto De Vivo dell’Università Federico II.
2) La Sogin, impresa che si occupa dello smaltimento delle scorie nucleari, già da tempo ha richiesto di scegliere, tra quelli individuati, un sito unico per il deposito delle scorie.
3) Come ultimo atto il Governo uscente di Romano Prodi estese il segreto di Stato sull'individuazione del sito unico di stoccaggio delle scorie nucleari. Il provvedimento è entrato in vigore dallo scorso 1° maggio 2008 nel silenzio quasi completo dei mass media italiani (giornali, tv, stampa).
La notizia si apprende da un articolo del Sole24Ore del 9 maggio 2008, secondo il quale il provvedimento faciliterà l'individuazione del deposito di stoccaggio delle scorie nucleari. Il segreto di Stato venne esteso agli impianti civili di produzione dell'energia. La costruzione di una centrale nucleare o del deposito di scorie potrà quindi essere coperta dal segreto di Stato e nessun cittadino avrà legalmente diritto di sapere cosa accade dietro le aree recintate. Nei siti non potranno accedere nemmeno le aziende sanitarie locali per effettuare i normali controlli. I Comuni e le amministrazioni locali non potranno comunicare informazioni, documenti, luoghi e attività in cui saranno stoccate le scorie radioattive. Persino la motivazione della scelta dei siti sarà coperta dal segreto di Stato.
Molto probabilmente il sito, per ridurre le proteste dei cittadini, sarà realizzato in strutture militari già esistenti oppure in strutture dello Stato (es. gli attuali centri Enea). Non è dato saperlo. Del resto con il segreto di Stato il solo ipotizzare potrebbe essere considerato reato in caso di conferme.
Cocludiamo con il problema delle bonifiche, definite chimere. Anche perché continua lo sversamento dei rifiuti tossici.
Raffaele Del Giudice direttore di Legambiente Campania da anni si batte contro le ecomafie, le discariche abusive e la speculazione e per l’educazione ambientale. Se gli chiedessimo “Progetti per il futuro?” Risponderebbe “Continuare la battaglia condotta finora affinché venga inserito nel Codice penale il reato contro l’ambiente.” In questo campo è completo l’immobilismo del governo.
Nel 2007 fu approvato il DDL del ministro Pecorario Scanio per l’inserimento del Titolo VI/bis nel codice penale in relazione ai reati ambientali. Non successivamente tramutato in legge.
Il DDL prevedeva:
1) pene per i delitti in forma organizzata (le cosiddette ecomafie);
2) il ravvedimento operoso con pene diminuite dalla metà a due terzi nei confronti di chi collabora con l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria;
3) la causa di non punibilità per chi volontariamente rimuove il pericolo ovvero elimina il danno da lui stesso provocato, prima che sia esercitata l’azione penale;
4) la sanzione per danno economico che prevede la reclusione da due anni a sei anni e multe da ventimila a sessantamila euro quando l’eliminazione del danno risulta di particolare complessità sotto il profilo tecnico, ovvero particolarmente onerosa o conseguibile solo con provvedimenti eccezionali.
Dal rapporto di Legambiente del 2008 (quello del 2009 ancora deve essere presentato, presumibilmente lo sarà a marzo) si legge, relativamente all’Italia: una montagna di rifiuti speciali alta una volta e mezzo il Vesuvio che sparisce nel nulla ogni anno. Ottantre crimini ambientali al giorno, tre all’ora. Le denunce ci sono ma gli arresti restano una cifra irrisoria. Su 30.124 infrazioni e 22.069 denunce, gli arresti sono stati 195. In relazione alla Campania: infrazioni accertate 4695, persone denunciate 3245 (le denunce ci sono!), persone arrestate 44. C’è qualcosa che non quadra sia in Italia sia in Campania. Manca una legge seria.
Se guardiamo una mappa dei siti più inquinati in Italia ci accorgiamo che non è sbagliato chiamarla l’Italia dei veleni. Amianto. Piombo. Diossine. Idrocarburi. Il rischio sostanze tossiche colpisce un quarto della popolazione. Spese negli anni cifre da capogiro ma spesso le bonifiche non sono neanche partite. In relazione alle lobbies parassitarie e alle ecomafie i governi nazionali hanno grandi responsabilità.
Non si tratta né di allarmismo né di pessimismo. I fatti sono questi e si è chiesto, sin dall’inizio, un confronto con scienziati e ricercatori per poter valutare in modo approfondito le varie sfaccettature del problema. Ma ci è stato sempre negato.
Intanto, si segue l’accumulo di “ecoballe”. Continuano a essere accatastate nei siti che confinano con i campi coltivati a serra. Le condizioni in cui versano le altre discariche sono allucinanti: Savignano Irpino è in zona sismica e soggetta a frane, Sant’Arcangelo Trimonte è franata a febbraio, mentre diverse frane si sono verificate anche nella cava del Poligono di Chiaiano durante il recente periodo delle frequenti piogge.
E per la costruzione degli inceneritori, che danneggiano la salute con le nanoparticelle che non possono essere trattenute (vedi sito del chimico Stefano Montanari), ci vorrà comunque molto tempo. Intanto non si riesce a realizzare il collaudo dell’inceneritore di Acerra: l’adeguamento è complesso e funzionerà forse con un solo forno. E’ un enorme bestione obsoleto e arrugginito dal tempo. Nel frattempo si potrebbe attivare un corretto ciclo integrato dei rifiuti. Invece... l’economia anteposta alla salute.



INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA ... presentata dal consigliere N. Atalmi

Chi c’è dietro il più grande inceneritore di rifiuti industriali d’Europa che vogliono costruire a Treviso?

Premesso che:

• Come è noto la società Iniziative Ambientali s.r.l. con sede a Treviso ha presentato in data 01/10/2008 un nuovo progetto dell’inceneritore da costruire a Silea, in sostituzione di quello presentato nel 2005;
• la società proponente è composta da due società, la “Unindustria Multiutilities srl” e la “Green Holding s.p.a”.;
• la Green Holding s.p.a. fa capo ad un imprenditore Lombardo, Giuseppe Grossi, al centro dell’attenzione di alcune interessanti inchieste giornalistiche e giudiziarie;
• sull’Espresso del 19/2/2009 e su Repubblica del 3/2/2009 sono riportate le inchieste giudiziarie che coinvolgono proprio la Green Holding i cui titoli “Il Re Mida della Lombarda: affari immobiliari, inceneritori e bonifiche. Così Giuseppe Grossi ha costruito dal nulla un impero su cui ora indaga la Procura per 15 milioni di fondi neri” e “Rifiuti smaltiti a prezzo maggiorato: arrestati in tre” e “la ‘ndrangheta controlla tutto avevo bisogno di protezione” che descrivono alcune inchieste partite dal tribunale tedesco di Kaiserslauten;
• tali inchieste gettano un’ombra inquietante sul sistema imprenditoriale della gestione dei rifiuti dell’impreditore in questione e della Green Holding.

Considerato che:

• l’esperienza che la Iniziativa Ambientali vanta, per ottenere l’autorizzazione alla costruzione del più grande impianto di smaltimento di rifiuti industriali d’Europa, consisterebbe nella partnership di Unindustria appunto con la Green Holding;
• in realtà tale società gestisce l’inceneritore Rea di Dalmine (Bg) che è un inceneritore per rifiuti urbani e non industriali e speciali;
• nel 2007 il Consiglio regionale ha approvato una risoluzione che impegna la Giunta a non concedere alcuna autorizzazione alla realizzazione di nuovi impianti di termovalorizzazione o incenerimento sia pubblici che privati fintantoché la Regione non si doterà di un Piano per lo smaltimento dei rifiuti speciali ed industriali in modo da valutare le reali esigenze del Veneto in merito;
• in Europa esistono inceneritori di rifiuti industriali, ad esempio in Olanda e Danimarca, ma essi non aggiungono la portata di 170.000 tonnellate all’anno mentre i due inceneritori previsti dall’accoppiata Unindustria- Green prevede una portata di 500.000 tonnellate l’anno configurandosi come il “distretto europeo dell’incenerimento di rifiuti industriali”;
• peraltro nel progetto Unindustria- Green si prevedrebbe di bruciare indistintamente: rifiuti dell’industria dei petroli, dell’industria chimica organica ed inorganica, fanghi di concerie al cromo, morchie di pitture e vernici con solventi anche alogenati, scarti farmaceutici e medicinali;
• in tal caso sarebbero prevedibili la dispersione di 360 tonnellate di polveri sottili all’anno e di 13.270.000 mc di fumi giornalieri in un area che interessa i Comuni di Silea, Treviso, S.Biagio e Carbonera;
• Il capoluogo Treviso, distante 4 km dall’inceneritore in questione, proprio in data odierna è citato su Libero “Treviso si arrende allo smog: è calamità naturale” per un livello di pm10 di 143.

Si interroga urgentemente il Presidente Galan per sapere:

• se corrisponda al vero che la Green Holding di Giuseppe Grossi è il partner di questa operazione;
• in tal caso quale sia la sua quota nella società;
• se non si ritenga opportuno, in via cautelativa, congelare ogni iniziativa a riguardo fino al chiarimento della situazione;
• come si spieghi il grande attivismo per sostenere il progetto di tali “imprenditori” da parte del direttore dell’Arpav dott. Drago;
• se non si ritenga opportuno rispettare la Risoluzione del Consiglio regionale che chiede di produrre un Piano regionale dei rifiuti industriali che quantifichi il fabbisogno veneto di smaltimento di tali rifiuti;
• se in caso contrario sia intenzione della Giunta invece approvare la trasformazione della zona sud della provincia di Treviso in distretto europeo dell’incenerimento dei rifiuti industriali con le conseguenze del caso.

DOCUMENTAZIONE TRATTA DA ESPRESSO E REPUBBLICA


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